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Cupola Basilica di San Pietro

ANDREA TORNIELLI (Chioggia 1964), giornalista e scrittore tra i più stimati in Italia, autore di numerose pubblicazioni e attualmente Vaticanista de “Il Giornale”, ha accettato di rispondere alla nostra breve intervista. Lo ringraziamo per la sua cordiale disponibilità.

Gli attacchi contro la Santa Sede e soprattutto contro Papa Ratzinger diventano sempre più frequenti e più violenti. C’è forse in atto il tentativo di destabilizzare la fede della Chiesa Cattolica, attraverso la strumentalizzazione e la penalizzazione della parole pronunciate dal Pontefice. Il caso arabo-cristiano a Ratisbona, la difesa della vita e della famiglia, lo scandalo dei vescovi polacchi, le minacce di morte rivolte (attraverso alcuni graffiti rinvenuti a Genova) a Benedetto XVI, al Presidente della CEI (costretto a camminare sotto scorta) e al Card. Ruini sono alcune delle recenti contestazioni rivolte al Papa e alla Chiesa. Quali sono le sue considerazioni personali?

Certamente viviamo in un momento di grandi contrapposizioni e polarizzazioni. È purtroppo l’epoca delle semplificazioni, e il caso Ratisbona insegna come sia facile essere strumentalizzati. Purtroppo c’è anche una responsabilità dei media nell’enfatizzare alcuni messaggi il cui contenuto può avere ricadute politiche, rispetto ad altri. Ma l’attacco vero e proprio – e per questo più destabilizzante per la fede – non è tanto quello virulento e diretto contro alcune prese di posizione della gerarchia, quanto piuttosto quello che attraverso libri di successo demolisce i fondamenti del cristianesimo attaccano la storicità di Gesù e dei Vangeli. Di questo secondo attacco si parla meno, ma è quello che dovrebbe impensierire di più i cristiani. 

 

Oggi, alcuni preferirebbero una Chiesa interessata al sentimentalismo spirituale (ispiratrice di un “volemose bene” accomodante e incapace di entrare nel cuore della persona) piuttosto che vederla presente tra la gente, nella vita di tutti i giorni, preoccupata per il destino dell’uomo. La Chiesa corre troppo e c’è chi non riesce a starle dietro! Perché, secondo  lei, una Chiesa orientata verso il bene dell’uomo dovrebbe dare fastidio?

 

 

Io credo in tutta sincerità che ci sia talvolta anche un problema di comunicazione. La Chiesa è orientata verso il bene dell’uomo quando annuncia che Gesù Cristo, morto e risorto, è la risposta alle attese di felicità di ogni uomo. Questo messaggio, il cuore del messaggio del Vangelo, spesso viene fatto passare in secondo piano rispetto ad alcune ricadute o emergenze di tipo morale. Queste ultime sono solo conseguenze di quel messaggio, che dovrebbe rimanere sempre al centro. Nella percezione comune, oggi, mi sembra che questo sia poco chiaro e poco compreso. I cristiani sono preoccupati del destino dell’uomo perché annunciano Gesù Cristo, non per altri motivi. All’origine del cristianesimo, come spiega il Papa nella “Deus caritas est”, non c’è una serie di regole morali o un insieme di riti o un pacchetto di dogmi, ma un avvenimento, l’incontro con la persona viva di Cristo. Mi colpisce che la parola più usata fino ad oggi da Benedetto XVI sia “gioia”. I cristiani devono testimoniare questa gioia, questa bellezza, questa attrattiva (ad Aparecida il Papa ha spiegato che la Chiesa non fa proselitismo, ma attrae attraverso la testimonianza). E questo è innanzitutto una testimonianza di amore: chi incontra i cristiani si sente amato, compreso, pienamente accolto. Domandiamoci se è davvero così.

 

 

Probabilmente oggi il cristiano è chiamato a ridire ciò che il mondo ha deciso deliberatamente di dimenticare. La differenza tra il bene e il male esiste ed è a partire da questa certezza che l’uomo è chiamato a prendere posizione. Ci vuole coraggio, il coraggio di dire veramente come stanno le cose. «Noi cristiani, non siamo diventati forse troppo muti? Non ci manca forse il coraggio di parlare e di testimoniare?» (Benedetto XVI).

 

 

Sì, ci manca il coraggio di testimoniare. Esiste il bene e il male, l’uomo ha di fronte a sé l’oggettiva possibilità di dannarsi eternamente. Ma non è questo il cuore del messaggio cristiano. All’origine di tutto non c’è la paura dell’inferno, o la ripetizione di regole morali, che spesso hanno come unico esito di allontanare ancora di più chi ci ascolta. E non c’è neanche una presa di posizione contro una legge immorale. All’origine di tutto c’è l’incontro con un’esperienza di bellezza, pienamente corrispondente alle mie attese e aspirazioni (per questo pienamente ragionevole). La prima cosa che i cristiani testimoniano dovrebbe essere questa. Poi ci sono le conseguenze, tra le quali quella di ridire ciò che il mondo ha deciso deliberatamente di dimenticare.

 

 

Intervista curata da Michelangelo Nasca

 

 

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