Il tema dell'obbedienza cristiana

Ancora a proposito di obbedienza pubblichiamo l’introduzione al VI capitolo della Scuola di Cristianesimo – tratta dal libro di P. Antonio Maria Sicari, Ci ha chiamati amici – che vede impegnate tutte le comunità del Movimento Ecclesiale Carmelitano.

I cristiani non hanno una propria teoria sull’obbedienza, ma una icona divenuta cara: quella del Figlio stesso di Dio «fattosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 8): è Lui che deve condurci alla comprensione di questo valore.

Anche se, a parlarne superficialmente, si rischia di evocare subito atteggiamenti di sottomissione e di infantile dipendenza – necessari soltanto nel periodo della crescita – basta un attimo di riflessione, basta gettare uno sguardo un po’ serio e maturo sull’esistenza per darci la persuasione che l’obbedienza prima di essere un limite, sia una specie di stoffa della vita.
Infatti, una volta che l’esistenza ci viene regalata, essa si dipana come un intreccio di indicazioni, di richieste, di buone e necessarie dipendenze che la rendono possibile e sicura, tanto che San Tommaso d’Aquino amava dire che, per esimersi dall’obbedire, bisognerebbe esimersi dall’esistere.
Se diamo alla parola obbedienza il suo significato etimologico (da ob-audire), si evoca l’immagine bella di un uomo “proteso nell’ascolto”, desideroso di udire, come lo si è, di solito, quando risuona una voce amata o una musica che affascina.
E i poeti hanno parlato spesso dell’intero universo che chiama e persuade all’ascolto gli spiriti attenti.

Nonostante questo, il tema dell’obbedienza sembra ormai diventato desueto.
Se ne parla ancora ai bambini.
Se ne parla più raramente rispetto alle leggi che regolano la vita sociale.
Vi si accenna quando si tratta di attenersi alle direttive di qualche organismo socio-politico cui si appartiene.
Se ne tratta con maggiore abbondanza nella Chiesa, soprattutto descrivendo la vita e le promesse dei consacrati che ne fanno voto.
Di solito il termine obbedienza viene messo in relazione con quello corrispettivo di autorità, e la crisi viene descritta soprattutto come crisi dell’autorità, messa sempre più in questione nella cultura moderna e postmoderna.
Ma se si guarda più attentamente, ci si accorge che la difficoltà sta piuttosto nella incapacità di molti a collegare l’obbedienza con altri valori emergenti e divenuti particolarmente cari: libertà e dignità della persona, maturità della coscienza, ecc.
Che oggi si abbia un’acuta sensibilità verso questi valori e si voglia difenderli ad ogni costo, è certamente un bene.
Anche se non può sfuggire a nessuno quante forme di soggezione, di «nuove schiavitù», di manipolazione, si vadano affermando sotto pretesto della libertà e dei diritti individuali.
Ma resta in molti la convinzione tenace che “dovere obbedienza” significhi perderci in libertà e in dignità.
Del resto il formarsi di una simile convinzione traspare già nella incolpevole ostinazione del bambino che vediamo intestardito nei suoi “no!” irragionevoli.

Noi però, iniziamo la nostra riflessione, contemplando affascinati il mistero di quel “fanciullo di Nazaret” che era «umilmente soggetto ai suoi genitori» (Lc 2, 51), anche se in Lui «abitava la pienezza della Divinità» (Col 2, 9).

P. Antonio Maria Sicari, Ci ha chiamati amici, Jaca Book, pp. 121-122

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