di Loredana BERTOLINI
Comunità di Venezia.
Ci sono parole, immagini, esperienze che cambiano il pensiero e il cuore. E’ uno dei pochi vantaggi di chi fa l’insegnante come me… forse per questo andremo in pensione più tardi, per poter godere più a lungo del privilegio di incontri importanti e significativi, come quello che mi è capitato la settimana scorsa in una classe I media (ora scuola secondaria di primo grado).
Esercitazione di italiano: “descrivi un luogo che ti è particolarmente caro e che è presente nei tuoi ricordi”.
I ragazzi in prima sono ancora entusiasti della nuova scuola, dopo qualche domanda e chiarimento si mettono subito al lavoro senza brontolare, cosa che invece succede di frequente quando diventano più grandi.
Attraverso i loro scritti so che mi affidano un po’ della loro vita, spero di fare buon uso delle loro confidenze e della loro fiducia, intanto distribuisco qualche consiglio individuale morfo-sintattico, perché sono convinta che le difficoltà affrontate nel momento in cui si presentano aiutino ad imparare in maniera più significativa.
Dopo un po’ una ragazzina di origine etiope, in Italia da tre anni, mi chiede un consiglio e mi fa leggere il suo tema.
Fatico a trattenere le lacrime… i pensieri cominciano ad accavallarsi, le domande che di solito devo soffocare per non farmi troppo del male, cominciano ad esplodere dentro di me.
“Dio mio, come abbiano fatto noi occidentali a perdere questa dimensione di vita?”. Dove abbiamo sbagliato? Dove ho sbagliato?
Questa ragazzina che ho davanti a me sa tornare alle sue origini come a una fonte dove può attingere…. noi invece, talvolta, ci vestiamo e copriamo i nostri figli solo di frammenti…. Eppure, potessi avere anche solo per un attimo, quel pensiero che avrà avuto Dio la prima volta che ha pensato il mondo!
Tornare all’origine, ricostruire un mondo dove si può correre fuori in strada a fare colazione con gli amici e a rotolarci per terra, dove c’è tutto il necessario per vivere. C’è una felicità in queste righe che noi non conosciamo più, o che forse abbiamo dimenticato, perché il profumo della frutta e del pane appena cotto erano nel disegno di Dio per ognuno di noi, ne sono sicura….
Tornare all’origine attraverso una ragazzina etiope che ti regala un pezzo di mondo perduto verso cui andare.
Questo il testo (non corretto)
“Anche se adesso non sono là, ma sono in Italia, quel luogo è sempre importante perché lì ho persone, famigliari, e amici che mi vogliono bene e che per me sono le cose che contano di più della mia vita, perché là sono nata, ho imparato a camminare tra la mia gente.
La cosa che mi manca di più dell’Etiopia è la gente umile, orgogliosa della sua cultura, l’unità che c’era e che spero ci sarà tra gli amici, i vicini, la famiglia.
Il profumo della frutta e verdura con diversi colori che ti facevano venire voglia di mangiarli appena li guardi.
Mi ricordo quando mia mamma, con la sua bella voce, veniva a svegliarmi perché andassi a fare colazione con i miei amici fuori in strada, allora io correvo a prepararmi intanto lei mi preparava il tè zuccherato e il pane appena fatto in casa, poi io prendevo la mia colazione e andavo fuori.
Mentre mangiavo il sole mattutino mi scaldava.
Etiopia è un paese povero, ma io avevo tutte le cose necessarie per la mia vita.
Essere stata povera mi ha insegnato ad amare le persone, ma soprattutto a vivere in comunità condividendo ogni cosa che avessi non solo con la famiglia, ma anche con i vicini.
Il mercato c’era tutti i giorni ma di sabato c’era un mercato molto grande dove si può trovare qualsiasi cosa.
La cosa che mi colpiva erano i profumi e i colori vivaci che ti mettevano allegria e serenità.
Il paese era caratterizzato da case a tetto piatto e avevano il giardino, nella strada principale correvano taxi, autobus, macchine.
Sulle stradine non trovi quasi nessuna macchina, e noi ragazzi giocavamo sulla strada delle nostre vie e siccome le strade piccole non sono asfaltate, c’era tanta polvere e noi ci divertivamo a rotolarci per terra.
Per me l’Etiopia sarà sempre importante e bella, spero di non dimenticarla mai e poi mai”.
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