Dalla grotta della Natività al Santo Sepolcro
Il pellegrinaggio del MEC in Terra Santa? Un dono
Propositi e timori alla vigilia del rientro a casa

 
Una grazia. Un dono. Un desiderio esaudito. Sono le espressioni più ricorrenti usate dai partecipanti al pellegrinaggio del Movimento Ecclesiale Carmelitano (MEC) in Terra Santa per commentare ciò che hanno vissuto in questi giorni, dal 27 dicembre al 3 gennaio. Dall’assemblea conclusiva, che si è tenuta a Gerusalemme alla vigilia del rientro in Italia, c’è chi ha sottolineato la bellezza di essersi sentito accolto, accudito e abbracciato dalla compagnia degli altri. C’è chi ha riferito di aver vissuto il pellegrinaggio come un’occasione di verifica del proprio essere cristiano e della propria fedeltà a Cristo. Chi si è detto soddisfatto per aver potuto toccare con mano i luoghi di Gesù.

C’è chi ha messo in rilievo che il pellegrinaggio, o meglio l’impegno di vivere con profondità e coerenza la propria fede, inizia ora che si torna alla realtà quotidiana. C’è chi ha parlato di una svolta nella propria vita, chi di una lotta tra l’anelito cristiano e la componente “pagana”. C’è chi ha affermato di voler “fare pulizia” nella propria vita e chi si è impegnato a leggere in modo assiduo il Vangelo. Altri hanno, invece, espresso la gioia di aver potuto contemplare la patria del proprio carisma, cioè il verdeggiante e rigoglioso monte Carmelo. Tutti, comunque, tornano a casa più ricchi. In termini spirituali. E anche in termini umani e culturali per aver conosciuto direttamente le tensioni e i problemi di un paese per nulla pacificato e sempre sotto tiro. Dove la popolazione convive con la paura, la limitazione dei diritti, la violenza. Basta il controllo del pullman da parte di agenti armati di mitra per intuire, almeno un po’, cosa significhi vivere in questa terra.

Il pellegrinaggio di 53 persone, guidato da padre Antonio Maria Sicari e da padre Gianni Bracchi, curato e organizzato da Luciano Consoli, ha avuto il suo culmine nei luoghi della passione e della morte di Cristo in croce.
Nei primi giorni i pellegrini avevano contemplato il mistero dell’Incarnazione a Nazareth e l’evento della Trasfigurazione sul monte Tabor, Quindi l’inizio della vita pubblica di Gesù con il battesimo nel fiume Giordano, dove i pellegrini hanno rinnovato le proprie promesse battesimali. A Cana, luogo del primo miracolo, il rinnovo delle promesse matrimoniali. Si è proseguito con Cafarnao, il monte delle Beatitudini e il lago di Galilea. C’è stata una giornata alle origini del carisma carmelitano con visita al luogo del sacrificio El-Muhraqa sul monte Carmelo e al monastero Stella Maris ad Haifa. Si è passati per il Mar Morto e per Gerico. Una tappa è stata dedicata all’episodio della visitazione di Maria a Elisabetta ad Ain Karem e all’incontro festoso dei due bimbi che portavano nel grembo: Gesù e Giovanni Battista.

Il gruppo si è, poi, portato a Betlemme per visitare le grotte del campo dei pastori e la basilica della Natività. Il cuore del pellegrinaggio è stato, l’ultimo dell’anno, la veglia notturna silenziosa al Getsemani, nella basilica dell’agonia, dove una pietra circondata da un recinto di ferro acuminato e intrecciato come una corona di spine ricorda la notte di lacrime e sangue vissuta da Gesù prima della sua passione e morte in croce. Quindi un itinerario sul monte degli Ulivi sferzato dal vento, dall’edicola dell’Ascensione al santuario “Dominus flevit”, dove si ricorda il pianto di Gesù su Gerusalemme, per tornare al Getsemani, fra gli ulivi secolari. Ai pellegrini i frati, che ne sono custodi, hanno donato dei rametti. Segno di benedizione e di pace da portare in Italia. E’ stata quindi la volta della Via Crucis lungo la via dolorosa e del Santo Sepolcro, dove il gruppo del MEC ha potuto recarsi due volte: per il bacio al sepolcro vuoto e quello al cratere lasciato dalla croce di Gesù infissa nel luogo detto del Cranio (secondo la tradizione, il luogo dove era stato sepolto Adamo) e per la Messa celebrata all’alba di venerdì 2 gennaio. All’indomani i pellegrini sono saliti sul Monte Sion, da dove hanno potuto vedere la parte più antica di Gerusalemme. Qui hanno visitato la chiesa di San Pietro in Gallicantu, che si riferisce all’episodio evangelico del’apostolo che nega di conoscere Cristo. Si suppone che la chiesa sorga nei pressi del luogo dove si trovava la casa di Caifa, dove Gesù fu condotto subito dopo il suo arresto. Nella cripta ci sono alcune grotte. In una di queste, che ha le caratteristiche di una prigione, potrebbe essere stato portato Cristo per alcune ore la notte dell’arresto all’orto degli Ulivi, dopo il sommario processo da Anna (Anania) e da Caifa, in attesa di essere condotto all’indomani da Pilato. Di certo la lunga scalinata romana fuori della chiesa, allora l’unica via di collegamento tra il quartiere alto della città e la città bassa, verso la valle del Cedron, è stata percorsa da Gesù per passare, la sera dell’ultima cena, dal cenacolo che si trova sul monte Sion all’orto degli Ulivi, E, molto probabilmente, l’ha risalita in catene la sera stessa, dopo l’arresto. Nella stessa zona toccanti per i pellegrini sono state anche le tappe al cenacolo e alla chiesa della Dormizione di Maria.

E.B.

Visualizza ingrandimento foto (P. Antonio M. Sicari celebra la Messa sulla lastra marmorea del S. Sepolcro)

Cesarea - Santa Messa_1

Cesarea - Santa Messa_2

Chiesa di S. Anna

 

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