di Michelangelo NASCA
“San Giuseppe annuncia i prodigi del Signore, testimoniando la verginità di Maria, l’azione gratuita di Dio, e custodendo la vita terrena del Messia. Veneriamo dunque il padre legale di Gesù (cfr CCC, 532), perché in lui si profila l’uomo nuovo, che guarda con fiducia e coraggio al futuro, non segue il proprio progetto, ma si affida totalmente all’infinita misericordia di Colui che avvera le profezie e apre il tempo della salvezza” (Benedetto XVI, Angelus 19 dicembre 2010).
Le parole pronunciate ieri da Benedetto XVI durante l’Angelus domenicale ci offrono l’opportunità di rivolgere la nostra attenzione – carica d’attesa per l’imminenza del Natale – verso la figura di San Giuseppe che la Chiesa ama invocare come “Custode del Redentore”. Sarebbe sbagliato considerare lo sposo di Maria una presenza marginale nella vita e nella crescita educativa di Cristo. Giuseppe è chiamato – insieme alla Madre di Dio – a custodire e a crescere il Figlio di Dio attraverso un personalissimo atto di obbedienza. E’ proprio con Giuseppe che noi possiamo essere aiutati a comprendere fino a che punto può spingersi Dio nel chiedere alle sue creature di diventare completamente disponibili alla Sua volontà. Per i componenti della Sacra Famiglia la parola obbedienza e la parola orazione sono diventate palesemente il motivo della loro unità. Cristo, obbediente fino alla morte, si fa carne e va ad abitare in una famiglia umana dove il buon Dio volle che la parola obbedienza fosse da subito riconosciuta come esplicita volontà divina. Giuseppe e Maria potremmo definirli, dunque, contemplativi per vocazione.
Diceva Santa Teresa d’Avila: «Chi non avesse maestro da cui imparare a far orazione, prenda per guida questo Santo glorioso, e non sbaglierà»; e ancora: «Non mi ricordo finora di averlo mai pregato di una grazia senza averla subito ottenuta».
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