IL PADRE, FIGURA DECISIVA NELLA VITA DI FEDE
di Giovanni CUCCI S.I.
Il padre è ancora necessario?
Il ruolo del padre sembra essere profondamente in crisi nelle odierne società occidentali, tanto da essere considerato come del tutto accessorio nello sviluppo del bambino; non a caso esso viene sempre più spesso allevato da madri single. Questo costume, per quanto diffuso e apparentemente accettato anche da molti padri, non sembra tuttavia trovare conferma nella ricerca psicologica.
La psicologia dello sviluppo riconosce che il ruolo del padre diventa sempre più importante a partire dai sette anni di vita del bambino, come attuazione della sconfitta edipica, ingresso nel mondo e punto di riferimento per l’esperienza religiosa; fino a quell’età la madre rimane il punto di riferimento predominante (1). Per Freud il sentimento religioso emerge in questa fase critica della vita del bambino e in relazione al padre, in quanto la sua figura risponde al bisogno di padroneggiare il pericolo e la paura: «Il motivo del desiderio ardente del padre coincide pertanto col bisogno di protezione contro le conseguenze della debolezza umana; la difesa contro l’insufficienza infantile si riflette, con i suoi caratteri, nel modo di reagire dell’adulto contro la propria fatale impotenza, si riflette cioè nella formazione della religione» (2).
[..] Un’indagine compiuta su un campione di giovani che si erano riavvicinati alla vita di fede e alla pratica religiosa mostrava come l’80% dei convertiti avevano avuto una relazione molto difficile con il proprio padre (contro il 23% dei non convertiti), da essi descritto come aggressivo e violento, assente, passivo, inaffidabile o urtante. Un terzo del campione studiato non aveva mai conosciuto il proprio padre biologico dall’età di 4-5 anni, una percentuale tre volte più alta della media statunitense del 1970 (9%) (3). Soltanto il 18% dei convertiti parlava in termini positivi della propria relazione con il padre (contro il 47% dei non convertiti). L’influsso affettivo, negativo, tribolato o assente, del padre emerge con insistenza nei racconti e indica che «questa relazione spesso gioca un ruolo importante nel tipo di trasformazioni religiose qui esaminate» (4).
[..] «Questo colpo, doloroso, rende più forte chi lo riceve: quando verrà la perdita, esperienza non evitabile nella vita umana, essa non lo distruggerà psicologicamente e spiritualmente. Anzi, egli saprà trarne il succo più prezioso: l’amore. Amore per sé, amore per gli altri: entrambi si temprano nell’esperienza della perdita, non nella vanità del successo, e neppure nell’illusoria sicurezza del possesso» (10). Il padre viene chiamato a operare questo distacco, questa ferita, dalle tradizioni di ogni epoca e luogo; questo è il suo compito da sempre: se ciò non avviene, per l’assenza del padre o perché incapace di adempiere a tale compito, il bambino cresce con la tipica dinamica del bambino viziato: la mancata ferita diventa depressione, incapacità di contenimento delle proprie paure e dell’aggressività, perfino, nei casi più gravi, giunge a sprofondare nel caos della psicosi (11).
In tal modo il padre abilita il figlio a poter diventare a sua volta padre, proprio perché taglia simbolicamente il cordone ombelicale che lo teneva stretto alla madre (12); egli ha il compito educativo fondamentale di correggere il figlio, in modo che non si faccia del male, e ciò richiede insieme all’affetto e alla tenerezza, autorità e normatività. Si tratta di una funzione che riconduce alla relazione con Dio, come ricorda la lettera agli Ebrei (Eb 12,5-11).
L’importanza del padre per lo sviluppo del bambino
Il padre riveste dunque un ruolo fondamentale, anzitutto per la madre!, in vista della crescita e di un corretto sviluppo del bambino: «Ricerche sullo sviluppo collegano l’assenza del padre a problemi in aree della personalità come l’orientamento sessuale, l’inibizione dell’aggressione e la capacità di procrastinare la gratificazione. In questi casi ciò indica un’aumentata probabilità di conseguente delinquenza, depressione e tentativi di suicidio» (13). Gli studi compiuti in proposito riconoscono l’importanza di questo apporto anzitutto in negativo, dalle conseguenze nefaste che un padre inadeguato, assente, violento esercita sui figli: «Padri autoritari venivano associati a una bassa motivazione al successo nei figli, mentre d’altra parte una grande disponibilità e calore affettuoso del padre sembrava sostenere il rendimento accademico, l’adattamento sociale, la formazione dell’identità e l’adattamento al ruolo sessuale sia nei ragazzi come nelle ragazze» (14).
[..] Se invece il padre abbandona improvvisamente l’ambiente familiare, specie in quella fascia di età in cui il bambino tende a viversi come responsabile di ogni possibile accadimento, interno o esterno, ciò può avere pesanti ripercussioni per un sano senso della realtà, come la capacità di differenziare tra sé e l’altro da sé e soprattutto circa i limiti da porre alle sue fantasie potenzialmente infinite. Quest’ultimo elemento in particolare può diventare nocivo, portando a idealizzare il padre assente, a vivere la sua scomparsa come una punizione per le sue colpe, fino all’incapacità in età adulta di impegnarsi in scelte e relazioni stabili, a causa dell’angoscia di poter essere di nuovo abbandonato. In tal modo il padre tende a essere associato a una «onnipotenza negativa», legata alla crudeltà e alla vendetta.
[..] Il secondo fondamentale compito del padre è di proteggere il bambino nel suo ingresso nella realtà esterna e di infondere fiducia così che possa affrontare e superare difficoltà confidando nelle proprie capacità. Tutto ciò è decisivo in vista di una sana ed equilibrata stima di sé. Se questo manca, sorge nel bambino la sensazione di trovarsi solo di fronte a un mondo ostile, una sensazione molto diffusa nelle esperienze dei convertiti. La figura di un padre forte ma benevolo protegge soprattutto da due pericoli: associando autorità e bontà, egli può mostrare al bambino il significato presente nelle cose; in secondo luogo insegna a riconoscere e gestire la propria aggressività. Un padre assente, inefficace o rifiutante non consente al bambino di essere all’altezza di questi due aspetti della socializzazione, spingendolo alla ricerca di strutture e protezioni. La conversione religiosa può essere un’espressione e un tentativo di soluzione di queste conseguenze di una paternità inadeguata. L’esperienza religiosa può fare questo perché fornisce norme al comportamento, inibisce gli impulsi e li inserisce in strutture adeguate.
Mettere limiti agli impulsi del bambino non è certamente compito soltanto del padre: molte madri lo fanno, poiché nella vita quotidiana varie funzioni possono essere svolte da entrambi i genitori. È tuttavia difficile svolgere in maniera efficace il compito di madre e padre nello stesso tempo; l’importanza della coppia si mostra anzitutto in questo aiuto dato all’altro/a a vivere la propria identità di coniuge in modo integrato, così da poter essere un buon genitore e guardarsi dal rischio, tutt’altro che infrequente, della confusione dei ruoli. Da questo punto di vista l’importanza del padre emerge ovviamente ben prima del settimo anno della vita del figlio: «Una madre può diventare tutt’uno con il figlio e a volte si sente confusa e sopraffatta quanto lui dalle emozioni. In questi momenti il padre ha un compito essenziale, che è quello di aiutare la compagna a rimanere se stessa, senza lasciarsi travolgere dalle sensazioni infantili. La può proteggere inserendosi fra lei e il bambino da cui non riesce a staccarsi, dandole il tempo di riprendersi, di riposare e di ritrovare un po’ di spazio per sé» (18).
Questo aiuto vicendevole evita il rischio di riversare sui figli le proprie ansie o richieste di comprensione e tenerezza, dando origine a quelle perverse diadi in cui il figlio o la figlia sono chiamati a diventare rispettivamente «vicemarito» o «vicemoglie» del proprio genitore, impedendosi di vivere la tappa infantile e di figliolanza della propria vita, due condizioni essenziali per la maturità psichica, cognitiva e affettiva. Il celebre studio di A. Miller sul costo pesante che a livello affettivo paga il bambino «dotato», cioè sensibile a cogliere i bisogni del genitore, reprimendo i propri, si inserisce in tale perversa dinamica relazionale, in cui i ruoli sono stati scambiati. Questa affettività riemerge nell’età adulta al livello in cui era stata congelata, di un adulto, diventato genitore, con una serie di richieste disattese.
[..] Mancando il padre c’è il rischio che la madre investa in maniera spropositata nella relazione con i figli, soffocandoli e perdendo le distanze, chiedendo loro di riempire l’affetto che non può ricevere da un uomo. La mamma tende così a diventare ansiosa e protettiva verso i figli, soprattutto maschi, non consentendo loro di staccarsi dal nido familiare e di iniziare a loro volta una vita autonoma. Quanto più la relazione marito-moglie è sana e affettuosa, tanto più è possibile svolgere bene il compito di padre/madre, mantenendo una distanza ottimale.
In caso di abbandono o separazione, la madre, specie se delusa o arrabbiata, rischia di scaricare sul figlio le proprie ferite e frustrazioni, gettando sulle sue spalle un peso troppo grande per lui (20). Il ruolo insostituibile del padre può essere in tal caso svolto da una figura vicaria; anche se la madre ha allevato da sola il figlio, per i motivi più diversi, una figura maschile rimane importante per la madre come per il figlio, per poter vivere una relazione all’insegna della non possessività affettiva, riconoscendo il bene di cui l’altro ha bisogno: «Molti bambini vengono allevati da una madre single: sono convinta che anche in tale contesto ci sia un grande bisogno di una terza persona, un adulto, in modo che la coppia madre-figlio non formi un legame troppo stretto, che rischi di ostacolare lo sviluppo» (21).
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L’influsso della figura paterna sulla vita di fede
La frequenza religiosa della famiglia gioca nel tempo un ruolo molto importante e stabile nei confronti dei figli. Alcune ricerche mostrano il legame tra la frequenza religiosa dei genitori e l’atteggiamento verso la scuola da parte dei figli, soprattutto nel periodo dell’adolescenza: «I sociologi hanno mostrato che una regolare frequenza ecclesiale da parte dei genitori è correlata con un alto senso civico, un atteggiamento caritatevole, la disponibilità a intraprendere attività di volontariato e altri gesti pubblici di grande valore nei figli. Il livello di frequenza ecclesiale è dunque oggetto di interesse civico, non meramente religioso» (24). Una situazione simile può essere riscontrata a proposito della futura pratica religiosa dei figli. Uno studio in proposito mostra che il 61% degli adulti statunitensi che frequentava la chiesa da bambini continua tuttora a frequentarla, mentre il 45% dei bambini non praticanti continua a disertarla nell’età adulta (25).
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Giuseppe, padre putativo di Gesù
Non si può infine non ricordare quanto nella stessa Bibbia il padre risulti decisivo per la vita di fede del bambino. Si pensi, tra i molti esempi possibili, alla situazione della famiglia di Gesù; in fondo, si potrebbe obiettare, poiché Maria aveva concepito verginalmente, uno sposo e un padre non risultavano a maggior ragione inutili? Il motivo della necessità di un padre per la famiglia di Nazareth, anche se putativo, non può essere individuato soltanto dalla consuetudine del tempo o dalla garanzia di una tranquillità esteriore, elementi d’altronde ben poco presenti in questa famiglia. Il motivo è di altro tipo, e viene sottolineato con chiarezza dall’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II dedicata alla figura di san Giuseppe. Il Papa vede in lui quel compito da sempre affidato al padre di introdurre il bambino nella realtà del mondo: «Nei Vangeli è presentato chiaramente il compito paterno di Giuseppe verso Gesù. Infatti, la salvezza, che passa attraverso l’umanità di Gesù, si realizza nei gesti che rientrano nella quotidianità della vita familiare, rispettando quella “condiscendenza” inerente all’economia dell’Incarnazione. Gli evangelisti sono molto attenti a mostrare come nella vita di Gesù nulla sia stato lasciato al caso, ma tutto si sia svolto secondo un piano divinamente prestabilito […]. Maria è l’umile serva del Signore, preparata dall’eternità al compito di essere madre di Dio; Giuseppe è colui che Dio ha scelto per essere “l’ordinatore della nascita del Signore”, colui che ha l’incarico di provvedere all’inserimento “ordinato” del Figlio di Dio nel mondo, nel rispetto delle disposizioni divine e delle leggi umane. Tutta la vita cosiddetta “privata” o “nascosta” di Gesù è affidata alla sua custodia» (28).
Note
1 Cfr E. L. Abelin, «Some further comments on the earliest role of the father», in International Journal of Psychoanalysis 56 (1975) 293-301; W. Damon, Social and Personality Development, New York, Norton, 1983; M. E. Lamb, «Fathers: Forgotten contributors to child development», in Human Development 18 (1975) 245-266; Id., The role of the Father in Child Development, New York, Wiley, 1981; J. M. Ross, «A review of psychoanalytic contributions on paternity», in International Journal of Psychoanalysis 60 (1979) 317-326.
2 S. Freud, L’avvenire di un’illusione, in Id., Opere, vol. X, Torino, Boringhieri, 1978, 454.
3 Cfr D. B. Lynn, The Father; His Role in Child Development, Monterey, Brooks - Cole, 1974.
4 Cfr Ch. Ullman, The Transformed Self. The psychology of Religious Conversion, New York - London, Plenum Press, 1989, 45.
10 C. Risé, Il padre, cit., 13.
11 Cfr ivi, 20-21.23.
12 Cfr G. Ventimiglia, Se Dio sia uno. Essere, Trinità, inconscio, Pisa, Ets, 2002.
13 Ch. Ullman, The Transformed Self, cit., 50.53. Cfr anche le ricerche compiute da H. Biller - D. Meredith, Father Power, New York, McKay, 1974; D. B. Lynn, The Father: His Role in Child Development, cit.
14 Ivi, 50. Cfr R. D. Enright et Al., «Parental influences on the development of adolescent autonomy and identity», in Journal of Youth and Adolescence 9 (1980) 529-546; M. Leonard, «Fathers and daughters: The significance of fathering in the psychosexual development of the girl», in International Journal of Psychoanalysis 47 (1966) 325-334; E. M. Hetherington, «Effects of father absence on personality development in adolescent girls», in Developmental Psychology 7 (1972) 313-326.
18 A. Philip, I no che aiutano a crescere, Milano, Feltrinelli, 1999, 47 s.
20 Cfr Ch. Ullman, The Transformed Self, cit., 54 s.
21 A. Philips, I no che aiutano a crescere, cit., 48.
24 J.-G. Stackhouse Jr., «Where Religion Matters», in American Outlook, Fall 2002, 40-44. Cfr C. Smith, «Research Note: Religious Participation and Parental Moral Expectations and Supervision of American Youth», in Review of Religious Research 44:4 (2003) 414-424. Cfr www.youthandreligion.org
25 G. Barna, «Adults Who Attended Church As Children Show Lifelong Effects», in www.barna.org
28 Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Redemptoris custos, 15 agosto 1989, n. 8. Cfr Origene, Om. XIII in Lucam, n. 7.
© La Civiltà Cattolica 2009 III 118-127 quaderno 3818
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