di Giorgio FERRARI

«Non c’è interesse ad aggravare la situazione» . Non dev’essere un caso che ieri questa frase sia stata pronunciata due volte usando le stesse parole, prima dal viceministro degli Esteri israeliano Danny Ayalon a Tel Aviv e poi dal numero due di Hezbollah Naim Qassim a Beirut. Perché a spingere il Libano sull’orlo di una nuova catastrofe non è soltanto quella salva di razzi katiuscia lanciati venerdì pomeriggio dalla periferia di Tiro al villaggio israeliano di Nahariya, la cui paternità ( palestinesi alleati di al- Qaeda? Cani sciolti del radicalismo islamico?) è ancora tutta da definire, quanto la rovente situazione politica interna. Da settantadue ore il Paese dei Cedri vive uno stallo pericoloso in seguito alla rinuncia del premier designato Saad Hariri, vincitore delle elezioni del 6 giugno, a formare un governo di unità nazionale.

Dopo dieci settimane di trattative estenuanti il trentasettenne secondogenito del defunto leader Rafik getta la spugna. O finge di gettarla, visto che probabilmente il presidente Michel Suleiman finirà dopodomani per affidargli un nuovo mandato. Le cause della rottura che ha impedito la formazione di un esecutivo che coinvolgesse il movimento Hezbollah, gli sciiti di Amal e i cristiani del generale Aoun ( tre formazioni a vario titolo sostenute dalla Siria e in parte finanziate da Teheran) apparentemente sembrano molto meno serie rispetto al muro contro muro che aveva caratterizzato gli ultimi due anni del governo di Fuad Siniora, paralizzato nella sua attività dal ritiro dei ministri e dei deputati dell’opposizione.

Questa volta infatti a dividere i due blocchi non sono stati grandi temi controversi ( il tribunale dell’Onu che indaga sull’omicidio Hariri, il disarmo di Hezbollah, la ' resistenza' contro Israele come vocazione permanente della politica libanese), ma solo una disputa dal sapore di retrobottega sul nome del genero di Aoun, che il leader cristiano avrebbe voluto nel nuovo gabinetto come titolare dello strategico ministero delle Telecomunicazioni; quello, per intenderci, che ha giurisdizione sulla sofisticata rete satellitare che consente a Hezbollah e al loro leader, lo sceicco Nasrallah, un sistema di controllo e di mobilitazione molto più avanzato delle stesse Forze armate e che fu causa nella primavera del 2007 di due settimane di guerra civile quando si provò a sottrarglielo. Disputa per la quale Hezbollah ha soffiato opportunamente sul fuoco facendo saltare il banco e ottenendo comunque un risultato: perché sopravviva la formula 15+ 10+ 5 ( 15 ministri alla maggioranza, 10 all’opposizione e 5 di nomina presidenziale) l’opposizione dovrà entrare compatta e senza troppe discussioni da parte del premier designato. Ovvero, con poteri di interdizione tali da poter condizionare il futuro governo.

Che cosa accadrà ora? Quasi scontato un nuovo mandato ad Hariri, che potrebbe però puntare su un governo della sola maggioranza, oppure una mediazione del Qatar, che si offre per una Doha II nello sforzo di ricomporre il mosaico delle divergenze. Altrimenti, riconoscono tutti, sarà il caos. E il caos politico è da sempre l’anticamera di un possibile conflitto con Israele. Che a questo punto forse nemmeno il ' Partito di Dio' – che uno scandalo finanziario esploso in questi giorni sta privando della sua leggendaria aura di purezza e trasparenza, e quindi di consenso popolare – ha troppa voglia di innescare.
Il caos politico è da sempre l’anticamera di un possibile conflitto con Israele.

(Articolo tratto da “Avvenire” del 13.09.09)

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