RECENSIONI
di Luca SIGHEL
Quale è ed è stato il legame tra il cristianesimo e l'arte? E quale è oggi il dialogo tra i cristiani e gli artisti? E quale sarà il destino dell’arte e della bellezza?
Il testo di G. Zanchi indaga questo vincolo antico e perduto, in cerca di una nuove vie di ricostruzione. L'autore ripercorre la storia dell'arte e del cristianesimo, un rapporto che è stato una simbiosi, una cordiale amicizia, ma, nei tempi moderni e contemporanei, è divenuto distanza e distacco, come se i due fossero due amanti feriti che “si sono lasciati male.”
Ritrovare una nuova amicizia con l'arte richiede una dura prova di un'audace pazienza, ma l'impervio e faticoso percorso è carico di promesse: lo stesso cristianesimo può riceverne una maggior comprensione dell'uomo, dei tempi e, in fondo, di se stesso, poiché – dice l'autore – alla testimonianza che il cristiano dà del Vangelo non si addicono otri vecchi.
È pur vero che l'arte moderna si manifesta con un'antropologia anti-umanistica, con un'idea di uomo ben diversa, anticristiana, e il compito di chi volesse allacciare una nuova alleanza con l'arte, dovrà accettare “il tempo del discernimento, che si nutre di sottile senso della sfumatura, della costanza di pazienti ricognizioni, della volontà di capire, della franchezza del chiedere, dell'umiltà di ascoltare, del coraggio di scegliere, della responsabilità di giudicare.”
C'è da ricucire uno strappo, da recuperare un'opposizione, dovuta a quel clima di ostilità tra la cultura moderna e il cristianesimo, che “non avendo in quel momento (la nascita dell'arte moderna) sufficienti risorse di pensiero per elaborare positivamente il fenomeno con senso di sobrietà, si dedicava ad uno sfibrante confronto apologetico, nel quale andavano perdute quelle energie vitali e quelle sollecitazioni culturali che avrebbero potuto alimentare utili riformulazioni del proprio deposito tradizionale.”
In realtà esperienze di grandi e riconosciute figure di artisti “moderni” ancora intimamente legati ad una sincera appartenenza cristiana certo non mancarono”, ad esempio G. Rouault, Emil Nolde, non furono compresi, se non tardivamente, e non furono in grado quindi “di ispirare alcuna tradizione di un'arte in cui le istanze della modernità e l'essenza del cristianesimo potessero trovare una nuova sintesi formale.”
Oggi alcuni orientamenti artistici e correnti evidenziano temi e idee che possono favorire forse il riavvicinamento: una forte esigenza di ritorno al sacro, un senso di opposizione etico-spirituale contro la decadenza edonistica della nostra società, la centralità della corporeità e il ritorno al reale attraverso cui attraverso cui forme contemporanee dell'arte riscrivono i propri parametri espressivi.
Dense e ricche sono le argomentazioni del libro e si rivolgono ad un pubblico ampio, chiedendo talvolta la fatica dell'approfondire i temi trattati, riservando anche alcune pagine alla trattazione della critica sull'arte. La divisione in brevi capitoli aiuta il lettore a comprenderne maggiormente il contenuto.
Il testo è un' indagine rigorosa che guida il lettore e infonde fiducia nell'accostarsi all'arte moderna e contemporanea, che, troppo spesso, è sentita come lontana, astrusa e difficile da comprendere, affida, a chi si incammini sulla strada della comprensione, alcuni parametri e chiavi di lettura e, proponendo e ripercorrendo le interpretazioni e i saggi di alcuni acuti critici dell'arte, vengono offerti punti di vista di esperti del settore. Zanchi si mostra anche molto critico verso un sistema dell'arte che non ha più un limite e approda all'anarchia formale.
Un compito non facile quindi tentare da cristiani di insinuarsi nel mondo dell'arte e della sua interpretazione, l'autore di questo volume ci prova – con risultati eccellenti a nostro parere – con lucidità, competenza e anche una giusta dose di smaliziata sagacia verso un mondo in cui è necessario innanzitutto distinguere o, come afferma lui, riflettere a strati. È certo che i cristiani non possono immaginare di ritornare, approfittando della cosiddetta “crisi dell'arte”, ad un anacronistico ritorno al classico, o, peggio, rinnegare le esperienze della contemporaneità come se la coscienza cristiana appartenesse ad un mondo alieno, ma, semmai, hanno il compito, e forse il dovere, “di capire a fondo i segni della contemporaneità che abitano già il cristianesimo, il modo in cui esso sollecita inevitabilmente inedite letture dell'evangelo, e invoca rinnovate forme di presenza cristiana.” Una lettura da cui non rimarrete delusi e che affida a ciascuno un frammento di responsabilità e di consapevolezza più matura.
Giuliano Zanchi, Il destino della bellezza, Ancora, 2009
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