Ringraziando il Direttore della rivista teologica Communio per il contributo di questo articolo, ricordiamo che l'ultimo numero della rivista è già disponibile in libreria.di P. Aldino CAZZAGO
In tempi di facile sincretismo religioso e di una fede, il cui contenuto è per molti sempre più indeterminato, il tema scelto per il presente quaderno di Communio – Cristo salvatore e giudice – può suscitare alcune perplessità perché la determinazione di salvatore e giudice, e i relativi concetti di salvezza e giustizia, sono spesso percepiti come reciprocamente escludentisi. Come può esistere un Redentore che sia al contempo arbitro e salvatore? L’atto del giudicare non è sempre correlato ad una possibile condanna? La salvezza, invece, non richiama una sorta di benevolenza e di grazia che vanno molto al di là dei meriti, quando ci sono, della persona salvata? Le altre grandi tradizioni religiose come pensano il concetto di salvezza? […].
Nella Rivelazione cristiana salvezza e giudizio (condanna) non sono sullo stesso piano. L’evangelista Giovanni ricorda, infatti, che il disegno originario di Dio Padre verso il mondo è quello della salvezza: «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (3, 17). Volendo portare a compimento questo disegno, Cristo dice: «Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo» (Gv 12,47). Nella sua prima Lettera Giovanni ribadisce la stessa verità: «E noi stessi abbiano veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo» (4,14).
A chiudere questa serie di testimonianze sulla salvezza come centro della Rivelazione stanno le parole del Simbolo Niceno-costantinopolitano: Gesù Cristo è disceso dal cielo «per noi uomini e per la nostra salvezza».
Ora affermare che Cristo è anche giudice non equivale, forse, ad infliggere una sorta di ferita all’immagine, erroneamente percepita come romanticheggiante, e, affettivamente più rassicurante, del «buon pastore»? Scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 679: «Cristo è Signore della vita eterna. Il pieno diritto di giudicare definitivamente le opere e i cuori degli uomini appartiene a lui in quanto Redentore del mondo. Egli ha “acquisito” questo diritto con la sua croce».
Il Simbolo Niceno-costantinopolitano ricorda che Cristo «verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti». Ieri come oggi è necessario evitare il rischio di far passare in secondo piano gli aspetti della figura di Cristo, e tra questi appunto quello di “giudice”, che più sono in conflitto con l’attuale sensibilità religiosa. […].
Cristo non ha da sé l’autorità di giudicare, ma la riceve dal Padre suo. «Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio» (Gv 5,22) – e tuttavia questo ufficio egli non lo esercita in una divina solitudine, ma sempre in comunione con Colui che l’ha inviato: «Anche se io giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato» (Gv 8,16) e «Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato» e «faccio sempre le cose che gli sono gradite» (Gv 8, 28-29).
La scena di Cristo tra i due ladroni crocifissi con lui sul Calvario mostra efficacemente e con un’unica immagine come egli possa al contempo essere giudice e salvatore (cfr. Lc 23,39-43). Qui giudizio e salvezza, giustizia e grazia si delineano come due momenti di un unico atto: se per il primo malfattore il giudizio avviene poiché, non ammettendo il male compiuto e rimproverando a Cristo di non essere «un messia di potere e di gloria» (O. Clément), si chiude al suo abbraccio salvifico, per il secondo la salvezza si attua come risposta di Cristo («oggi sarai con me nel paradiso») alla confessione del proprio male («riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni»), al riconoscimento della sua regale innocenza («non ha fatto nulla di male») e alla sua richiesta di essere ricordato nel regno («ricordati di me quando entrerai nel tuo regno»). Al buon ladrone Cristo apre le porte del paradiso, cioè della salvezza perché il paradiso è l’amore salvifico che Lui è e manifesta. Si avverano così le parole che Cristo aveva detto: «Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita (Gv 5,24).
Il Venerdì Santo la liturgia bizantina medita con queste parole sulla figura del buon ladrone: «O Signore che hai preso come compagno di via un ladro dalle mani macchiate di sangue, metti anche noi insieme lui: poiché sei buono e amico degli uomini. Un debole grido emise il ladro sulla croce, ma raggiunse una grande fede, in un solo istante fu salvato, ed entrò per primo in paradiso aprendone le porte. O tu che hai accolto il suo pentimento, o Signore, gloria te».
Vi è, però, anche un seconda ragione per sostenere che i titoli di giudice e salvatore ben si addicono a Cristo, poiché come Verbo eterno egli è all’origine della creazione stessa. San Paolo lo ricorda splendidamente: «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» ed «egli è prima di tutte le cose e tutte le cose sussistono in lui» (Col 1,16-17; cfr. anche Ef 1,10, 1Cor 8,6, Rm 11,36, Gv 1,2-3). L’autore della Lettera agli Ebrei non è meno esplicito quando afferma che Dio ha costituito il Figlio «erede di tutte le cose» e per mezzo di lui «ha fatto anche il mondo». Questi poi «tutto sostiene con la sua parola potente» (Eb 1,2-3). Se poi non dimentichiamo quanto Giovanni riferisce di lui nell’Apocalisse, «Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine» (22,13), i titoli di salvatore e giudice trovano la loro piena giustificazione. Le grandi figure di Cristo Pantocrator e della Maiestas Domini dell’arte orientale e occidentale fino alla nuova Cappella Redemptoris Mater dei Palazzi Vaticani lo illustrano da secoli.
(Communio, n. 221/2009)
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