di Anna Cannizzo

Il periodo di Natale richiama sulla scena dei valori che non sono solo cristiani, ma che appartengono all’umanità intera. Penso, per esempio alla fratellanza, universalmente intesa  come “fraternità”. Ripensandoci in questi giorni, mi è ritornato in mente un articolo letto tempo fa su “ La Repubblica” in cui erano riportati degli stralci del libro di Baumann “ Individualmente insieme”.

Questo il testo:
 “Quando venne proclamato per la prima volta, in Francia, nel pieno dell'eccitazione rivoluzionaria, lo slogan «Liberté, Egalité, Fraternité» era, allo stesso tempo, l'espressione sintetica di una filosofia di vita, una dichiarazione di intenti e un grido di battaglia. La felicità è un diritto umano e il suo perseguimento è un' inclinazione umana naturale e universale - così suonava l'assunto, implicito e evidente, di questa filosofia di vita. Per conseguire la felicità, gli uomini avevano bisogno di essere liberi, uguali e affratellati (tra fratelli, la simpatia, il soccorso e l'aiuto sono diritti di nascita, non un privilegio che deve essere guadagnato ed esibito prima di vederselo riconosciuto).
…. La formula che si sta oggi profilando, in ordine al perseguimento dell'obiettivo (immutato) della felicità, è espressa al meglio dal motto: «Securité, Parité, Reseau» (Sicurezza, Parità, Rete). Il valore della «sicurezza» sta scacciando quello della libertà. …. In meno di un secolo, il continuo progresso della libertà individuale di espressione e di scelta ha raggiunto un punto in cui il prezzo di tale progresso, cioè la perdita di sicurezza, ha cominciato ad essere giudicato esorbitante - insostenibile e inaccettabile - da un numero crescente di individui emancipati, o costretti ad andare per la propria strada di punto in bianco. I rischi implicati dall' individualizzazione e dalla privatizzazione del perseguimento della felicità, uniti al graduale ma progressivo smantellamento delle reti di sicurezza (pensate, costruite e offerte a livello sociale) e dell'assicurazione contro i rovesci della sorte (stipulata sempre a livello sociale), si sono dimostrati enormi. L'incertezza generatrice di paure che ne é seguita ha avuto come effetto uno scoraggiamento diffuso. L'idea di una vita riempita in misura leggermente maggiore da certezza e sicurezza, anche se in parte a scapito della libertà personale, ha guadagnato all'improvviso seguito e potere seduttivo (...).
Nell'odierna costellazione delle condizioni (e delle aspettative) di una vita decente e piacevole, la stella della parità brilla sempre più luminosa, mentre quella dell'uguaglianza va oscurandosi. «Parità» non è assolutamente sinonimo di «uguaglianza», o meglio, è un' uguaglianza, abbassata a uguale diritto al riconoscimento - a «diritto di essere» e «diritto di essere lasciati in pace». L'idea di livellare il reddito, il benessere, il comfort le prospettive di vita, e ancor più l’idea di un'equa ripartizione nello svolgersi della vita in comune e nei benefici che la vita in comune ha da offrire, stanno sparendo dall'agenda dei postulati e degli obiettivi realistici della politica. Tutte le varietà della società liquido-moderna sono sempre più compatibili con il permanere di un'ineguaglianza economica e sociale. L'idea di condizioni di vita uniformi e universalmente condivise viene via via sostituita da quella di una diversificazione in linea di principio illimitata - fino a coincidere con il diritto di essere e rimanere differenti senza che per questo siano negati dignità e rispetto. Le guerre per il riconoscimento prendono il posto occupato un tempo dalle rivoluzioni; il campo di battaglia non è più la forma del mondo che verrà, ma il posto, tollerabile e tollerato, in questo mondo; in questione non sono più le regole del gioco, ma solamente l'ammissione al tavolo. Questo è ciò che si intende, alla fin fine, con «parità».
Infine, la rete. Se «fratellanza» implicava una struttura acquisita, che predeterminava e predefiniva le regole che fissano condotta, atteggiamenti e principi di interazione, la «rete» non ha dietro si sé alcuna storia: la rete è tessuta nel corso dell'azione, e tenuta viva (o meglio, continuamente, ripetutamente ri-creata/resuscitata) soltanto grazie a una successione di atti comunicativi. A differenza del «gruppo» e di qualsiasi altro tipo di «totalità sociale», la rete è ascritta su base individuale ed è individualmente orientata - sua parte originaria, permanente e insostituibile è l'individuo, il nodo volta per volta considerato. Si assume che ogni singolo si porti dietro, assieme al proprio corpo, il suo o la sua propria specifica rete, un po' come una chiocciola porta la sua casa. Una persona A e una persona B possono appartenere entrambe alla rete di C, ma A può non appartenere a quella di B e viceversa - una circostanza che non poteva verificarsi nel caso di totalità come nazioni, chiese o quartieri. La caratteristica più rilevante delle reti, peraltro, è la non comune flessibilità della loro portata e la straordinaria facilità con cui ne può essere modificata la composizione: le unità individuali vengono aggiunte o tolte con uno sforzo non maggiore a quello con cui si mette o si cancella un numero dalla rubrica del cellulare. I legami eminentemente scioglibili che uniscono le diverse unità delle reti sono tanto fluidi quanto lo è l'identità del nodo della rete, il suo solo creatore, proprietario e gestore”
.

L’articolo offre molti spunti, ma penso sia interessante in questo momento dell’anno liturgico riflettere sul tema della fratellanza, trattata da Baumann in termini di fraternità. L’osservazione da lui fatta è drammaticamente vera. Nella società di oggi in cui niente è stabile e sicuro, ma tutto, dal lavoro alle relazioni sociali ed umane, è precario ed in continuo mutamento, si è sostituito ad un tipo di legame forte, qual è la fratellanza, con le sue regole e la sua struttura, un legame più debole: la “rete”. In questo tipo di relazione l’uomo di oggi si sente apparentemente più libero e più capito: stabilisce i legami che vuole, con le modalità che vuole, senza i vincoli talvolta pesanti che c’erano un tempo, libero finalmente dagli obblighi imposti dalle comunità di appartenenza; le relazioni si accendono e si spengono proprio come si può accendere e spegnere un computer, rimanendo in linea per il tempo che si vuole. A poco a poco le dinamiche di internet sono scivolate nella vita di ogni giorno: i ragazzi, ma anche gli adulti, frequentano più gruppi, entrano in questa o quella rete a seconda delle esigenze del momento, istaurano amicizie intense, ma che si dissolvono appena si scontrano con le prime difficoltà date dalla necessità di un reciproco adeguamento: appena cioè le relazioni cominciano a divenire forti ed a pretendere anche una piccola rinuncia alla propria libertà, allora si allentano, si rompono dietro l’erronea convinzione che niente deve limitare la personale libertà.
La conclusione è che in questo mondo di gente sempre più libera, siamo tutti sempre più soli, e quando avremmo bisogno di contare su relazioni fraterne che, indipendentemente da noi e dal nostro carattere ci sorreggano, scopriamo che le relazioni di rete che abbiamo istaurato non bastano, sono troppo lente per assolvere a questo compito. Scopriamo che quella libertà si chiama solitudine e quell’indipendenza si chiama prigione.
La fratellanza è il grande valore umano che all’interno della Chiesa dovremmo imparare a vivere davvero.

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