Servo di Dio Card. F.-X. NGUYEN VAN THUAN (1928 - 2002)
di P. Antonio Maria SICARI

Lo condussero agli arresti domiciliari in una parrocchia della sua vecchia diocesi e cominciarono a tormentarlo con continui interrogatori, obbligandolo a scrivere il racconto della sua vita e delle sue azioni, costringendo a riscriverlo da capo più e più volte.

Dalla residenza coatta sentiva suonare le campane della sua cattedrale; il cuore gli si stringeva, ma non poteva aver contatti con nessuno.


Ma riuscì ugualmente a garantirsi la compagnia più desiderata:
«Quando sono stato arrestato, ho dovuto andarmene subito, a mani vuote. L’indomani, mi è stato permesso di scrivere ai miei per chiedere le cose più necessarie: vestiti, dentifricio… Ho scritto: “Per favore, mandatemi un po' di vino, come medicina per il mal di stomaco”. I fedeli subito hanno capito. Mi hanno mandato una piccola bottiglia di vino per la Messa, con l’etichetta “medicina contro il mal di stomaco”, e delle ostie nascoste in una fiaccola contro l’umidità.[…]. Non potrò mai esprimere la mia grande gioia; ogni giorno con alcune gocce di vino e una goccia d’acqua nel palmo della mano, ho celebrato la Messa. Era questo il mio altare ed era questa la mia cattedrale! […] Ogni volta avevo l’opportunità di stendere le mani e di inchiodarmi sulla croce con Gesù, di bere con lui il calice più amaro. […] Erano le più belle Messe della mia vita (...). Così in prigione sentivo battere nel mio cuore il cuore stesso di Cristo. Sentivo che la mia vita era la sua vita e la sua era la mia».

Gli mancavano, però, i suoi fedeli. Ogni attività pastorale gli era impedita e ciò lo faceva soffrire più d’ogni altra cosa, sapendo l’immensità dei bisogni della sua gente.
«In prigione tutti aspettano la liberazione, ogni giorno, ogni minuto», racconterà poi.
Ma, a differenza degli altri normali carcerati, Van Thuan non aveva davanti nessun termine a cui aggrapparsi, nessuna data da attendere, per quanto lontana. Sapeva che non avrebbe avuto mai né processo, né sentenza. Si rendeva conto del terribile rischio di dover sopravvivere, per anni, tutto proiettato ad un futuro buio e incerto, mentre il presente si svuotava via via di ogni consistenza e di ogni fecondità.
In quelle prime lunghe notti, gli giovò il ricordo della sua Santa preferita, la piccola Teresa di Lisieux, che diceva a Gesù: «Per amarti, non ho altro che l’oggi!».
Gli sgorgò allora dal cuore una preghiera decisa: «Gesù, io non aspetterò; vivo il momento presente colmandolo d’amore!».
Ma subito si fece strada una domanda ancora più impegnativa: “vivere il momento presente, colmandolo d’amore”, ma come? L’amore non è sterile, l’amore è creativo!
Una notte si sentì quasi chiamare per nome e illuminare:
«“Francesco, è molto semplice. Fa’ come faceva S. Paolo che, quand’era in prigione, scriveva lettere a varie comunità”. La mattina seguente, ho fatto cenno ad un ragazzo di sette anni che ritornava dalla Messa delle 5, ancora nel buio, e gli ho chiesto: “Di’ a tua mamma di comprare per me vecchi blocchi di calendari”. A tarda sera, di nuovo al buio, Quang mi ha portato i calendari e, tutte le notti di ottobre e di novembre 1975, ho scritto alla mia gente il mio messaggio dalla prigionia. Ogni mattina il ragazzo veniva a prendere i fogli per portarli a casa e far ricopiare il messaggio dai suoi fratelli e dalle sue sorelle».

Dai foglietti strappati, giorno per giorno, dai blocchetti di quei vecchi calendari, nacque la sua opera più celebre (oggi pubblicata in 11 lingue): “Il cammino della speranza”.
Le prime copie, stampate da una persona amica, girarono anonime per la diocesi, ma tutti ne conoscevano o ne intuivano l’origine.
L’opera, di stile biblico-sapienziale, venne inviata perfino in Francia e negli Stati Uniti, e i carcerieri seppero con rabbia che non erano riusciti a far tacere il loro prigioniero.
Nella primavera del 1976 lo trasferirono nella prigione di Phu Khanh e lo tennero per nove mesi in una stretta cella, priva di finestre, e senza mai permettergli di vedere nessun altro volto umano, se non quello degli addetti agli interrogatori. A volte restava completamente al buio per giorni e giorni, poi la luce si accendeva per un tempo che non riusciva più nemmeno a contare. Gli pareva che le pareti gli si stringessero addosso. E provava il terrore del vuoto. L’umidità gli rodeva le ossa. Poi, con l’avanzare dell’estate, il caldo asfissiante gli toglieva il respiro e lo costringeva a sdraiarsi per terra, vicino alla fessura della porta; ma quel filo d’aria era frammisto al tanfo insopportabile della latrina al di là dell’uscio, che poteva usare solo una volta, di notte. Altrimenti doveva sporcarsi e sporcare la cella, degradando se stesso e quell’ambiente già orrendo.
Del carceriere, riusciva a vedere solo la mano che ogni giorno gli porgeva una ciotola di cibo nauseabondo. Tentava di pregare continuamente, ma la mente vacillava, finché s’accorse con spavento di non riuscire più a ricordare nemmeno il Padre nostro e l’Ave Maria. Temette di perdere la ragione.
Per grazia di Dio, quella che avrebbe dovuto essere una tortura in più – i periodici, estenuanti interrogatori, per fargli ammettere chissà quali inesistenti complotti col Vaticano – furono la sua salvezza, perché allora la mente si risvegliava, al punto che gli aguzzini restavano sorpresi dell’agilità mentale e della forza morale con cui il condannato sfuggiva ai loro tranelli.

 

(L'undicesimo libro dei Ritratti di Santi, Jaca Book)

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