VÁCLAV HAVEL E GIOVANNI PAOLO II
Due uomini a servizio del bene e della verità

di P. Aldino CAZZAGO

Domenica scorsa, all’età di 75 anni, Václav Havel si è spento nella quiete della sua casa di campagna nei pressi d Praga. Con lui, dopo Giovanni Paolo II e lo scrittore russo Alexander Solzenicyn, scompare uno dei grandi uomini dell’ Europa dell’Est, che per oltre mezzo secolo è stata sotto il tallone dell’esperimento marxista-leninista. Sono tre uomini che hanno saputo resistere ai nefasti influssi sulla mente e sull’animo di quel potere che pervadeva ogni aspetto della vita individuale e sociale, tre uomini che, in diversa misura e in diversi contesti, hanno messo in atto una indomita e contagiosa reazione a quello stesso potere.

Havel, facendo lavori di ogni genere per vivere, non rinunciò mai, almeno fino alla caduta del comunismo nel 1989, alla sua passione di scrittore e di drammaturgo. Il 21 agosto 1968, quando i carri armati sovietici entrarono in Cecoslovacchia, anche per Havel si spensero le luci della «primavera di Praga». Sul suo Paese piombò un lungo e tetro inverno sociale, culturale e politico, che sarebbe finito solo il 9 novembre 1989 con la caduta del muro di Berlino. È in questo ventennio che la sua resistenza al potere si fa costante, ma costante sarà anche il suo andirivieni dalle carceri comuniste. Durante i lunghi periodi di detenzione scrive appassionate lettere alla moglie Olga, nelle quali, oltre a manifestarle tutto il suo amore, confessa la sua visione metafisica e religiosa della vita, pur essendo, per sua ripetuta ammissione, non praticante.
Il 29 dicembre 1989 egli diventerà il primo presidente della Cecoslovacchia libera dal giogo della dittatura comunista e sabato 21 aprile 1990 darà il benvenuto a Giovanni Paolo II, primo papa pellegrino in quelle terre. All’aeroporto di Praga l’ex dissidente, diventato Presidente, salutò il pontefice con espressioni che solo la fantasia di un maestro dell’arte e della parola poteva trovare: «Santità, cari concittadini, Non so, se so cosa sia un miracolo. Nonostante ciò oso dire che, in questo momento, sto partecipando a un miracolo: l’uomo che ancora sei mesi fa veniva arrestato come nemico dello Stato, oggi nella veste del Presidente di questo Stato, porge il benvenuto al primo Pontefice che nella storia della Chiesa cattolica, ha poggiato il piede su questa terra.
Non so, se so, cosa sia un miracolo. Nonostante ciò oso dire che oggi pomeriggio parteciperò a un miracolo: sullo stesso posto, dove cinque mesi fa – nel giorno in cui ci rallegravamo per la canonizzazione di Agnese di Boemia – si decideva del futuro del nostro Paese, oggi il Capo della Chiesa cattolica celebrerà la Santa Messa e probabilmente ringrazierà la nostra Santa per la sua intercessione presso Colui che tiene nelle sue mani il corso imperscrutabile di tutte le cose. Non so, se so, cosa sia un miracolo. Nonostante ciò oso dire che in questo momento sto partecipando a un miracolo: nel Paese devastato dall’ideologia dell’odio arriva il messaggero dell’amore; nel Paese devastato dal governo degli ignoranti arriva il simbolo vivo della cultura; nel Paese fin a poco fa devastato dall’idea del confronto e della divisione del mondo, arriva il messaggero della pace e del dialogo, della tolleranza reciproca, della stima e della pacata comprensione, annunziatore dell’unità fraterna nella diversità. […] Benvenuto in Cecoslovacchia, Sua santità!».
Nelle pagine delle sue memorie di Presidente della Cecoslovacchia Havel ricordò così le parole di quel discorso e ciò che provò ogni volta che, in seguito, ebbe modo di incontrare Giovanni Paolo II: «Erano tempi in cui mi divertivo ancora molto a scrivere i discorsi dove inserivo espressioni non convenzionali e questo era gradito anche alla nostra società da poco liberata. Ho vissuto ogni colloquio con il Papa, qualsiasi fosse il tema trattato, interiormente come un confessione. E sempre, dopo questa “confessione” e dopo un’indiretta assoluzione, mi sono sentito rinascere».
Nel pomeriggio di quello stesso sabato, presso il Castello di Praga, Giovanni Paolo II incontrò i rappresentati del mondo della cultura e Havel lo salutò con un discorso che era anche un originale ritratto della figura e della missione del pontefice. Dopo aver ricordato una frase dello stesso pontefice («Può mai la storia scorrere contro il corso della coscienza?»), elencò a tutti i presenti le caratteristiche dell’illustre ospite: era capo della Chiesa cattolica, era un cristiano, il cui arrivo in Cecoslovacchia rendeva felici non solo i cattolici e i cristiani delle altre confessioni, ma anche gli uomini di «buona volontà»; era uno «slavo che capisce la nostra lingua e la parla»; era uno che aveva «conosciuto sulla propria pelle l’inumanità del sistema totalitario» e aveva fatto della difesa dei diretti dell’uomo uno dei compiti del suo pontificato. In quest’opera di difesa egli era «nostro insegnante e commilitone». L’autore di teatro, ora Presidente, disse ai convenuti che Giovanni Paolo II era anche «scrittore, intellettuale, uomo colto, uomo di cultura». Infine egli era e lo salutava come «un buon uomo».
Su finire del discorso Havel, senza tanti giri di parole, formulò a Giovanni Paolo II anche una precisa e impegnativa richiesta: «Lei ricorderà a tutti noi, come decisamente spero, la pura fonte della responsabilità umana e cioè la sua fonte metafisica. Sono decisamente convinto, che la sua visita ci ricorderà ciò di cui tutti abbiamo bisogno di ricordarci: l’orizzonte assoluto delle nostre interdipendenze, quella misteriosa memoria dell’essere nella quale ogni nostro atto viene registrato e in essa e solo tramite essa viene veramente valorizzato (…) Sì, il futuro dell’umanità si trova oggi nella civiltà di spirito, responsabilità e amore. Tutto ciò che sappiamo di Lei ci suggerisce che oggi, con il Suo carisma, ci ricorderà proprio queste cose. Forse non sa neanche quanto bisogno abbiamo di un tale ricordo proprio in questi giorni». Le parole finali erano un ultimo riconoscimento del valore dell’illustre ospite: «Sia benvenuto, Santo Padre, tra noi peccatori».
Giovanni Paolo II guardava ad Havel con immensa stima che manifestò pubblicamente in risposta al saluto di benvenuto: «Ella come uomo di Stato e come letterato, come pensatore e come difensore non violento dei diritti dell’uomo e della libertà del cittadino, conosce il peso delle parole. Saluto in Lei un uomo che arricchisce la cultura politica contemporanea dell’Europa, ponendo l’accento su valori che sono così vicini a noi cristiani. Ella ha scritto che la politica non è tecnologia del potere e manipolazione della gente, bensì uno dei modi della ricerca e della conquista del senso della vita, nella prospettiva del servizio al vero bene della comunità». Di uomini così l’Europa ha più che mai bisogno.

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