Dal “denaro invisibile” al realismo dell’etica
Intervista al Prof. Stefano Zamagni per la rivista “Dialoghi Carmelitani” (Dicembre 2008)
a cura di P. Fabio SILVESTRI ocd
Da dove? Dove nasce la tempesta finanziaria (la più grave dal 1929) che – nel giro degli ultimi mesi - ha sconvolto l’economia mondiale, bruciando migliaia di miliardi in un giorno, provocando crolli delle Borse e fallimenti delle banche, sino ad imporre ai governi di numerosi Stati l’ adozione di misure epocali di intervento? Il professore Stefano Zamagni, tra i più noti economisti d’Italia e da tempo variamente apprezzato sulla scena economica internazionale, spiega per “Dialoghi” le ragioni della crisi, le sue conseguenze concrete, ma anche i motivi di una speranza rinnovata. Con un invito speciale all’impegno: quello rivolto al laicato cattolico.
Professore Zamagni, può spiegarci quali sono le cause remote - e quindi lo sviluppo - di questa crisi finanziaria ed economica che di fatto ha investito il mondo intero?
Se si vuole risalire alle cause della crisi economica odierna, bisogna innanzi tutto risalire a quei passaggi che hanno riguardato l’economia americana negli ultimi anni. Si tratta di quei procedimenti, legislativi ed economici, che hanno portato ad abbandonare progressivamente un sistema di forte regolamentazione dell’attività finanziaria, come era quello ancora esistente ai tempi dell’amministrazione Reagan, per passare ad un sistema di sostanziale deregulation. Da quei cambiamenti, infatti, è seguita una concessione via via meno controllata di mutui, la ricerca di rendimenti molto elevati e rapidi dagli investimenti, sino ad arrivare a quella spirale perversa che prende il nome di derivati. Questa parola, così frequente sui giornali di questi tempi, indica quella situazione in cui il debito viene emesso non su un dato reale, come ad esempio nel caso di un’impresa che chiede denaro per finanziare i propri investimenti, ma come un debito creato su altro debito, con un meccanismo che in teoria può procedere all’infinito. Può procedere, in modo particolare, in una situazione di globalizzazione dei mercati, alla quale si accompagna l’assenza di controlli sui movimenti di capitali.
Questo meccanismo ha finito per illudere quelle persone che volevano aumentare i propri guadagni nel giro di poco tempo, giocando sulla differenza tra il prezzo di acquisto di un titolo e quello della vendita. Le cose sono andate avanti per vario tempo, qualcuno aveva cominciato ad avvertire dei pericoli, ma - come accade nella parabola del figlio prodigo - si pensava di avere ancora soldi nella propria bisaccia, anche dopo averli spesi tutti, sino a quando non ci si è accorti di non avere più nulla, neanche ciò che prima era garantito.
A partire dal 2003, questo movimento di capitali ha subito un’accelerazione a partire dal fenomeno della concessione di mutui a soggetti che – si sapeva – non sarebbero mai stati in grado di pagare il mutuo. Perché questo? Perché il Governo americano, per farsi “perdonare” una politica economica di tipo fortemente regressivo (che cioè aveva fallito i suoi obiettivi), ha invitato le banche a concedere mutui anche a fronte di quelle condizioni di precarietà. Questi mutui servivano a creare, a loro volta, i derivati, che poi venivano venduti in Europa e lì effettivamente acquistati, sulla base della credibilità dell’ente che li vendeva. L’accelerazione di questo processo speculativo è arrivata al culmine, come un nodo al pettine, proprio negli scorsi mesi di settembre e ottobre.
Tuttavia, l’impressione che rischia di confermarsi è quella di avere a che fare con scelte, meccanismi e situazioni che restano molto lontani dalla vita delle gente comune: è davvero così?
Proviamo, allora, a tirare delle prime conclusioni dai dati di cronaca e di analisi che abbiamo richiamato fin ora. La prima causa profonda della crisi attuale è l’assenza di regolamenti e controlli in campo finanziario, una situazione di deregulation, dovuta all’assenza di un’efficace autorità di controllo, dotata di poteri d’intervento sui mercati finanziari.
Ma c’è in realtà una seconda causa della crisi, e di cui nessuno parla, che prende un nome specifico, che non può essere nascosto o addolcito: l’avidità. Il meccanismo descritto, infatti, non avrebbe potuto funzionare se i cittadini, le famiglie, la gente normale, presi da questa avidità, da questa nuova mistica “caccia all’oro”, non avessero impiegato infiniti risparmi in titoli, quelli con quegli strani nomi in inglese (futures, etc..) che leggiamo in questi giorni. Gli speculatori, le banche d’investimento, gli operatori finanziari, hanno fatto quello che hanno fatto perché c’erano anche molti cittadini normali che avevano deciso di entrare in questo meccanismo a dir poco diabolico… Bisogna dirlo, dunque: la colpa del dissesto è anche della così detta gente comune!
E quale lezione traiamo, allora, da questa vicenda? Che, come da tempo fa osservare la Dottrina Sociale della Chiesa, se la fame ossessiva del denaro, che teologicamente si chiama avidità e poi avarizia, non viene tenuta a freno, allora i risultati possono essere quelli attuali. La crisi non è dunque dovuta solo a fatti tecnici, ma ha la sua radice profonda nel cuore e nelle scelte dell’uomo.
Un esempio contribuirà a chiarire. Dai miei risparmi investiti, devo sapere che non potrò ottenere più del 7/8%; per cui, se qualche investitore mi offrisse un rendimento più alto di questa percentuale, dovrò sapere che o c’è di mezzo una sua menzogna oppure il mio agire sarà moralmente responsabile …di una forma moderna di usura! La sola differenza rispetto al passato, infatti, sarà il fatto che se prima era evidente chi fosse la persona dell’usuraio, cioè colui che prestava denaro con tassi esorbitanti, oggi l’usuraio può essere ciascuno di noi, anche se in modo occulto, nel momento in cui chiede al suo intermediario finanziario di ricavare dai suoi risparmi delle percentuali superiori al 15/20%. Questa richiesta, infatti, si configurerà come usura ai danni di qualcun altro.
Si parla molto, di questi tempi, della distanza tra finanza ed economia reale; quali saranno, in realtà, le ricadute di questa crisi sull’economia della nostra “vita quotidiana”?
Gli effetti di questa crisi sull’economia reale non saranno immediati, ma si manifesteranno soprattutto con l’anno nuovo. Le ricadute sull’economia reale saranno comunque inevitabili. Infatti, la stretta creditizia imporrà alle nostre banche di restringere le concessioni delle linee di credito per il mondo dell’economia reale, e cioè quello delle imprese; e le imprese, di conseguenza, diminuiranno gli investimenti, creando un rallentamento dei livelli di produzione ed un possibile aumento della disoccupazione (perché le imprese in difficoltà licenziano o non assumono), con effetti complessivi che tutti possiamo comprendere.
D’altra parte, gli interventi dello Stato in favore del sistema bancario, per evitare il peggio del fallimento e dei fallimenti a catena, sottrarranno risorse che lo Stato stesso avrebbe potuto destinare a servizi sociali di welfare (assistenza, educazione, sanità, etc.). Di qui, una diminuzione delle risorse anche e soprattutto per quei settori, quei gruppi e quelle categorie più svantaggiati della popolazione. Perché questo è il punto, quando si verifica una crisi di questo genere: che prima o poi aumenterà il tasso di povertà relativa, cioè aumenteranno le disuguaglianze sociali e il livello di precarietà dell’attività lavorativa.
Certo, in base al diverso tipo di economia, gli effetti della crisi si sentiranno soprattutto in alcuni paesi e meno in altri: in Italia, ad esempio, saranno meno forti che negli Stati Uniti, in Germania e Inghilterra, mentre saranno molto gravi in alcuni paesi dell’Est, come l’Ungheria, nei quali si rischierà davvero un fallimento progressivo dell’intero sistema economico nazionale. Anche in Italia, comunque, ci saranno conseguenze negative, che finiranno per riguardare le fasce meno abbienti della popolazione: non sarà una recessione in senso tecnico, ma di sicuro ci sarà una diminuzione del livello di benessere relativo.
In una recente intervista, rilasciata ad “Avvenire”, lei afferma che quello presente è un momento di sfida per la Dottrina Sociale della Chiesa ed è un’occasione d’oro per il laicato cattolico. Può dirci perchè?
In questo momento sono molti quelli che vanno riscoprendo il fondamento e il valore della Dottrina Sociale della Chiesa, molto più che in passato. Richiamando ancora per un attimo la parabola del figlio prodigo possiamo dire che quando ci si accorge non solo di non avere più soldi, ma neanche il cibo garantito ai maiali (!), a quel punto ci si ravvede dalla follia precedente e si può ritornare sui propri passi.
Negli anni passati molti economisti si erano impegnati a sbeffeggiare la Dottrina Sociale della Chiesa come un discorso adatto solo a sottosviluppati dal punto di vista culturale; oggi c’è crisi, invece, e una crisi di tali proporzioni che molti si stanno ricredendo. Infatti, ci si accorge che o l’attività economica tornerà ad essere quello che dovrebbe essere, cioè un’attività finalizzata al bene comune, oppure non ci saranno sbocchi diversi da queste crisi, anche in futuro. Ma perché questo accada è necessaria una svolta culturale decisiva, e cioè il ritorno al matrimonio tra etica ed economia.
In secondo luogo, va detto che la crisi è una situazione che apre spazi nuovi di impegno e di accoglienza per la Dottrina Sociale della Chiesa, che normalmente sono più ristretti, mentre tutto sembra andare bene e mentre tutti sono ubriachi di una spasmodica ricerca del denaro facile.
Tuttavia, questo implica una responsabilità nuova per la Chiesa e per tutti i soggetti ecclesiali, perché non basta essere convinti del valore della propria dottrina di fede e di quella sociale, ma occorrerà che questa convinzione giunga a delle opere concrete, che incarnino quei valori creduti. E questo non sarà, non è, il campo d’azione di parroci e religiosi, ma è quello privilegiato dei laici cattolici. I laici devono assumersi la loro parte di responsabilità, per mostrare che la Chiesa non è solo una realtà da associare a sacrestie e pratiche di pietà, che pure conservano tutto il loro valore, ma è una realtà dinamica, espressione di una religione che si fonda sul mistero dell’Incarnazione di Dio. E la traduzione in opere di questa fede può essere paradossalmente più immediata in circostanze di crisi, perché suscitano in tutti un’attenzione diversa.
Un’ultima domanda: nella nostra esperienza ecclesiale, quella del Movimento Ecclesiale Carmelitano, abbiamo riflettuto a lungo sulle dimensioni del dono e della comunione; queste nozioni hanno anche una rilevanza economica?
Sì, perché già all’inizio, cioè circa 700 anni fa, quando nacque l’economia di mercato – e non va dimenticato che essa nacque per impulso del movimento francescano, che può essere considerato il primo grande costruttore dell’economia moderna! – tra gli obiettivi principali c’era quello di dare concretezza al principio del dono. La finanza di allora (si pensi ai “Monti di pietà”) doveva creare lavoro, sviluppo, ma anche assolvere a finalità caritative. Si capiva, infatti, che il dono non poteva essere limitato solo alla sfera dei rapporti familiari o della vita associata, ma bisognava che entrasse anche nella dimensione socio-economica. Ed in effetti, quando l’economia smarrisce il riferimento a questo principio, poi le sue dinamiche tendono a degenerare, come sta accadendo nella crisi attuale.
Ma cosa significa applicare all’economia il principio del dono? Significa parlare della sua traduzione
pratica, cioè del principio pratico della reciprocità. Nella sfera economica del mercato, infatti, accanto al principio di equivalenza nello scambio, che tutti conoscono benissimo (cioè uno scambio di beni di equivalente valore) c’è spazio per l’applicazione di una reciprocità economica: c’è spazio, cioè, per quelle forme di azione economica – e sottolineo economica – per le quali lo scopo consiste nella soddisfazione di bisogni autenticamente umani di tipo relazionale. Sono queste le forme d’azione economica che caratterizzano l’operare delle banche etiche, del microcredito, di un’economia di comunione (come quella pensata dal Movimento dei Focolari), del commercio equo-solidale (che, ricordiamolo, nacque per iniziativa di un sacerdote messicano circa 30 anni fa), di cooperative sociali di vario genere.
Queste forme d’azione economica, già operanti nella nostra economia di mercato, hanno come caratteristica comune quella di non avere come fine la massimizzazione del profitto/guadagno, ma il soddisfacimento di bisogni umani relazionali, per soddisfare i quali occorre applicare il principio di reciprocità. Dono e comunione allora, oggi più che nel passato - e in particolare a fronte della crisi attuale - si mostrano come due categorie di assoluto valore, per un modo giusto, completo e umano di gestire le risorse economiche. Una società che eliminasse il dono dal proprio orizzonte, culturale e pratico, sarebbe una società senza futuro.
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