di Elena PINETTI

“Resta il lavoro di offrire alternative alle coppie sterili. Bisogna inoltre aiutare le coppie a guarire dalla ‘ferita biologica’ della sterilità”. Queste parole, lette sulla nostra rivista Dialoghi, e la recente assegnazione del Nobel per la medicina al dr. Edwards fisiologo inglese che ha realizzato per primo, con successo, il concepimento artificiale di un essere umano, mi hanno spinto a mettere per scritto alcune riflessioni maturate da una esperienza personale vissuta nella mia famiglia e nel mio lavoro, dove vengo a contatto con parecchie giovani coppie alle prese con questo problema.

Difficile e quasi impossibile consolare una donna della mancata maternità. Inoltre pesa sulla sterilità involontaria il gravame di secoli, anzi di millenni. Ancora per molto si continuerà a parlare di “mancata maternità” e non di “mancata paternità” essendo incomparabilmente più forte la sofferenza e il coinvolgimento della donna.
Parole profonde e splendide ha scritto Giovanni Paolo II nella lettera apostolica “Mulieris dignitatem”, parole che possono aiutare ogni donna e ogni uomo a penetrare davvero il significato dell’essere padre e madre.
Parole che ci esortano a non cadere nella retorica sulla gravidanza e la maternità; parole che ci aiutano ad evitare di fare apparire”grazioso” ciò che è impegnativo e radicale e di immiserire una realtà che, nuda, è potente ad una storia di nastri e corredini.
Un figlio dovrebbe nascere in testa prima che nel corpo, la maternità nel cuore prima che nell’utero. Ed è solo la consapevolezza della portata dell’evento che ci permetterà di affrontarlo secondo criteri non solo e sempre economici o di rapporto costo-beneficio di me stesso.

Mistero grande quello della maternità, solo in parte sondato, che finora forse abbiamo appiattito nella dimensione della pura fecondità fisica e, quando questa manca, lo abbiamo ridotto alla dimensione di una sterile rassegnazione o di una folle ed assurda rincorsa ad “un figlio a tutti i costi”.   La ricerca scientifica, si dice, viene in aiuto alle coppie sterili. Già, viene in aiuto portando anche tutta una serie di prevaricazioni e profanazioni che solo chi ci è passato conosce.  Mi pare che, pur con i passi avanti della scienza in questo campo, paradossalmente la coppia sterile di oggi è più infelice che nel passato perché le si vuol far credere che una sua totale docilità a precise tecniche e manipolazioni- che poi è rinnegamento totale della propria dignità ed integrità di persona- la può sanare da ciò che l’affligge. E’ questa velata tristezza ed infelicità che legga sul volto di giovani donne che, per necessità, passano davanti al mio “bancone” e con le quali mi capita spesso di scambiare, oltre che medicine e ricette, anche qualche parola più significativa.

Ed è allora che mi sorge un dubbio e mi domando quanti - tra quelli che possono farlo e tra questi mi ci metto anch’io - si danno pensiero di annunciare che anche per loro c’è una buona novella, una nuova maternità non consolatoria della loro impossibilità a procreare ma alla quale tutti siamo chiamati perché, per tutti, c’è una nuova famiglia, quella non carnale, ma di chi fa la volontà del Padre. E allora ci accorgeremmo, guardandoci intorno, che la nostra discendenza davvero appare più numerosa delle stelle. Altro che ingegneria genetica! Da questa nuova prospettiva la famiglia e il matrimonio assumono una dimensione caratteristica non abbastanza apprezzata dal popolo di Dio: la dimensione della missionarietà e del servizio.
Nell’esperienza di essere padre e madre  si sperimenta l’amore di Dio Padre e Madre amorevolissima - come disse Giovanni Paolo I - di tutti gli uomini e le donne. Questo è il punto decisivo del matrimonio: sentirsi immagine di Dio, intuire che il matrimonio è per la vita, tutte le vite. Da ciò la logica della condivisione cristiana non parte dai legami di sangue o di amicizia o di razza ma dal lasciarsi interpellare dal grido degli ultimi e dei più bisognosi, dall’aver intuito che la vita e il destino degli altri ci devono essere tanto preziosi quanto i nostri e nessuno può chiudersi nel suo orticello anche se ben coltivato. Come diceva M. Delbrêl, dobbiamo lasciare che ”gli altri intervengano senza sosta, piantando le loro necessità proprio nel mezzo delle nostre e le necessità loro diventino le nostre”. Si possono vivere forme di solidarietà e di missionarietà verso il prossimo in tanti modi, ma in riferimento all’infanzia essenzialmente sono due: l’affido e l’adozione.

Gran bella sfida per i nostri tempi in cui individualismo ed egoismo spesso sono presenti in dose massiccia sotto la parola “amore”! Certo sono forme impegnative che richiedono un forte “investimento” di idee, di passione, di affetto e sentimenti. In un certo senso sono una risposta forte ad una domanda altrettanto forte che ci pone la nostra fede quando non vuol più essere relegata all’ora domenicale della Messa. Pur con tutte le difficoltà che presentano, credo che queste possibili alternative di vivere la propria esperienza genitoriale debbano essere proposte sempre ai nostri giovani. E’ importante lasciar entrare qualcuno nella nostra vita di coppia e di famiglia, qualcuno per il quale non abbiamo sofferto e poi gioito quando è venuto al mondo, qualcuno la cui storia con noi non ha nulla a che fare con la prospettiva efficientista e redditizia di questa nostra società. Non sarà la storia del miglior affido possibile o della migliore adozione e nemmeno la storia a lieto fine mai scritta prima, perché la fragilità nostra ed altrui è sempre in agguato. Mi ricordo che una sera, sull’orlo della disperazione, chiesi ad un mio caro amico di darmi un solo valido motivo per cui io dovessi continuare a prendermi cura di un bimbo che da sette anni circa viveva nella mia famiglia. La risposta è stata: c’è un solo valido motivo di “preoccuparsi per un ragazzino” e cioè che Dio lo ama e vuol farsi amare da lui (anche se la sua libertà ha tempi lentissimi). Là dove si crea un tentativo di rapporto d’amore, si  costruisce certamente qualcosa che- comunque vadano le cose- ha sempre a che fare con qualcuno di infinitamente grande, buono,giusto e misericordioso. In ultima analisi ha a che fare con Dio. Questa è la buona novella che vorrei essere capace di annunciare alle mie giovani coppie e trasformare così la loro ferita da abisso di angoscia a sorgente di vita per sé e per gli altri. 

Devolvi il 5 per mille alle missioni del MEC

Condividi su FaceBook

 

 

MECTV - Il canale Youtube dedicato al Movimento Ecclesiale Carmelitano

You must have Flash Player installed in order to see this player.