Costruire l'Opera che Dio realizza con noi
di Olimpia SCARAMUZZO
Tornando dall'Assemblea Generale, dove abbiamo riflettuto sulle opere e su quale debba essere l'opera del Movimento che esprima il suo carisma e che risponda al compito che esso può svolgere nel mondo di oggi, mi restano alcune impressioni dalle parole di P. Antonio il quale, come sempre, riesce ad ordinare i nostri discorsi e desideri orientandoli alla vocazione del Movimento.
Innanzitutto, mi è sembrato chiaro che nulla può essere fatto senza una collaborazione affettiva e intelligente tra chi va all'Assemblea per rappresentare e poi condividere con la propria comunità, tra tutti i membri di una comunità, e tra ciascuno di noi e il mondo.
Abbiamo potuto comprendere che ci sono le opere di carità, e poi c’è un'OPERA, che consiste nel lavoro che Dio vuole fare con noi. Quest’opera ha l’estensione di una vita, si rivela nella quotidianità e assume l’aspetto dei nostri familiari, amici; prende forma nelle nostre fatiche e si rallegra nei giorni di festa. Essa non si nutre solo di “buone azioni” ma cresce soprattutto con ciò che non vorremmo vedere, che vorremmo evitare, buttare via. E lo recupera, lo mette davanti al nostro cuore per ottenere un sì. Allora si capisce perché P. Antonio ci abbia avvertiti: quest’opera non è nostra, è di Dio! Infatti, solo la sapienza di Dio, il suo Spirito fantasioso e l’amicizia di Cristo, la compagnia della Chiesa, possono far sì che il nostro cuore accetti di essere lavorato per diventare capace di “vedere” i veri bisogni. Cioè quei bisogni che stanno dentro di noi e dicono la verità (il perché…) di ciò che facciamo al di fuori, verso gli altri. Più accettiamo di essere dei bisognosi, più potremo muoverci con vera carità verso i bisogni degli altri. Il primo bisogno è che il mio cuore è il più indigente di tutti. Ho bisogno di Dio.
Da questa Verità, ogni verità. Se non cerco Lui al di sopra di tutti e di tutto, tutti e tutto resteranno cose, o poco più che cose, che altalenando sul mio umore, mi faranno sentire ora buona, ora cattiva. Se il primo bisogno è il bisogno di Dio, la prima opera è la mia consegna a Cristo, per essere salvata. È per questo che Lui è venuto nel mondo e da questo so che sono amata e capace di amare. Questa coscienza pone le basi equilibrate per ogni successiva opera. Solo così la carità non tradisce la fede ma la onora, non impazzisce ma opera il vero bene. E solo così il mondo può liberarsi dall’odiosa tirannia di quelli che vogliono possedere tutto, perfino le persone, anzi le persone più ancora dei beni.
Cristo è l’opera “per” l’uomo, in antitesi a questa smania disgraziata che attanaglia chi non riconosce che il vero amore, il grande amore, è quello di chi si sacrifica perché un altro fiorisca.
Quello che manca all’opera di Dio, sono io. Ma la salvezza entra nella mia vita soltanto da una porta dove Dio ha posto come custode la mia libertà. Questa enorme fiducia nell’accettare (perfino amare…) il rischio, ci insegna come sono i rapporti in casa della Trinità! E come - la Trinità - vorrebbe “operare” anche nelle nostre relazioni, nel nostro mondo di intrecci affettivi e culturali, e come, dal suo abbraccio, non resti escluso niente, neanche le macerie della nostra esistenza: fallimenti, delusioni, ecc., “spazzatura” spirituale da mettere fuori dal nostro cuore. E magari, per non soffrire o per non pensarci, o perché non ci fidiamo neanche di Dio, e non abbiamo ancora riconosciuto quel povero bisognoso di Lui che è proprio in noi, ci gettiamo anima e corpo in una bella iniziativa o opera di carità!
Non raccogliamo neanche più la “sfida” che Dio ci ha lanciato con la libertà, dono che può renderci crudeli e cinici, oppure… - questa è la sua inguaribile Speranza di padre - , farci figli. Se restiamo dei figli mancati, che padri e che fratelli saremo? E che madri, noi che ospitiamo la vita? Vita: una parola non più certa, limpida, ancorata all’universo, ma divenuta “enigmatica” e relativa, anch’essa come tante altre: cosa è vita? Quando? Fino a quando? Da quando?
le parole decisive per il nostro destino, per la nostra felicità, sono travolte in un triste restyling che ce le restituisce poco a poco ma inesorabilmente, mutate di significato. Nate per essere i fondamenti non solo del linguaggio ma anche dell’esperienza dell’uomo, stanno deviando dal loro originario significato, contaminando assieme al linguaggio, ogni valore e categoria sociale.
La nostra opera, allora, può essere quella di permettere a Dio di ridire ancora le parole col significato bello che avevano all'origine. Dirlo al mondo non con grandi manovre, ma con il dono di persone che vivono (cercano di vivere...) così, di famiglie così, di un Movimento che costruisce così la casa della misericordia di Dio nel mondo: la Chiesa! poi arriverà inevitabilmente il momento in cui la vita ci chiamerà ad opere ed opere... e potranno anche “semplicemente” essere i nostri genitori che invecchiano e non moriranno in un ospizio; saranno i bimbi, sani o malati, che nasceranno! Perchè è la vita che nasce!; saranno le sofferenze e la nostra stessa morte che arrivando, permetterà a Dio di compiere la Sua Opera.
E se dovessimo essere colti da dubbi sulla nostra “operosità”, pensiamo alla vita di Gesù: la sua opera si è compiuta non solo per quello che ha fatto, ma soprattutto per quello che “non ha fatto”. Sulla Croce, trafitto mani e piedi, e cuore, non ha fatto quello che tutti si aspettavano. Eppure così ha fatto tutto. ci ha salvati facendo l'opera dell'amore e del perdono. Oppure pensiamo alla clausura, alla vita delle monache. Forse i bisogni del mondo, il dolore, restano fuori dalle grate? Santa Teresina insegna... quale posto per chi sente la passione del missionario, dell'apostolo, del martire, del sacerdote? Piantarsi nel cuore della Chiesa, per raggiungere il cuore di tutto, di tutti, di Cristo.
Cosa augurarci? Forse che Dio ci accenda in petto quel fuoco che ardeva in Teresa d’Avila! Così da fare opere ed opere senza fatica ma come se fosse un unico ininterrotto pregare con la vita. Oppure accettare con pazienza una vita fatte di lunghe pazienze… oppure, oppure… vivere la nostra vita, qualunque essa sia, perché è la storia che Dio ha scelto di fare con noi.
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