
Ma da noi come da altri, ho visto la carità ridotta in ben cattivo stato nel nome stesso della carità. Ora, per impedire questi guasti non sembrava sufficiente nè la dimenticanza di sé né il richiamo a visioni soprannaturali. Tutti coloro che si scontravano gli uni contro gli altri erano sicuri che «bisognava amare Dio sopra ogni cosa, e il proprio prossimo come se stessi», ma ognuno amava a modo proprio o a proprio capriccio!
Oggi penso che si ricadrà fatalmente nello stesso errore se ciò che è indiscutibile perché detto, dato e ordinato dal Cristo, non viene collocato in noi al posto giusto come una verità che sia realmente e veramente indiscutibile.
Non possiamo conoscere da soli come si ama nella carità, nè impararla, con la sola riflessione sulle parole del Signore; possiamo imparare ad amare nella carità alla sola condizione di fare prima di tutto, ciecamente, quello che Gesù chiama amare, e astenendoci da quello che Gesù chiama non amare, applicando cioè «come bambini» le sue lezioni sull'amore, le lezioni personali di Gesù che Egli ci ha date in prima persona: il discorso della montagna: «Vi è stato detto... ma io vi dico...»; «se la vostra giustizia non supera quella degli scribi...!», ecc.Quando questi atteggiamenti di obbedienza a Gesù sono ribaditi in noi, incorporati a noi, quando noi abbiamo in tal modo assunto i suoi modi di essere, i suoi modi di comportarsi, non potremo «dare tutte le nostre ricchezze ai poveri», «dare il nostro corpo alle fiamme» senza avere la carità. Attraverso comportamenti precisi, la guancia destra dopo la sinistra, le richieste del Pater, l'amore verso i nemici, Gesù avrà conferito al nostro cuore la forma, l'inclinazione, lo slancio della carità stessa che potrà allora servirsene. Certo, peccheremo ugualmente, anche se non faremo più discussioni ...! ma peccheremo da peccatori, e non da innocenti!
Sarà a livello di gruppo che si sceglierà ogni anno, ogni giorno, quello che sarà e che farà la volontà di Dio nel «qui» e nell'«oggi», per ogni gruppo o come per ognuno dei suoi membri. E quello che dovrà essere fatto dovrà continuamente cambiare, passare con la «figura di questo mondo» che «passa» e a quale ritmo! La funzione del gruppo deve essere contemporaneamente quella di aiutarci a compiere scelte concrete per raggiungere lo scopo al quale siamo chiamate, votate, e di ricordarci nella pratica attraverso la sua legge intima come bisogna essere e bisogna fare per «avere la carità».
La funzione del gruppo e dunque un richiamo incessante di quello che deve essere indiscutibile: perché abbiamo dato la nostra vita, come vuole il Cristo che sia quotidianamente donata.Se il gruppo è fedele nel conservare l'indiscutibile nella nostra vita, sarà poi in grado di dare per servire Dio quel sovrappiù di libertà a cui ognuno dei membri ha diritto in nome della sua stessa vocazione.
Ma la messa in luce di questo indiscutibile è da difendere e da intensificare in continuazione... Perché è in continuazione minacciata sia dall'oblio, sia dalla nostra tendenza a far durare ciò che è passeggero, o a rendere assoluto ciò che è relativo.
Penso che se la vita di gruppo è «radicata» in questo «a b c» della fede può dare a ciascuno la solidità e la libertà necessarie per realizzare quello che la carità richiede. Senza questa radice il gruppo rischia di sfasciarsi, o di cedere. Diventa un cattivo mezzo di carità, un cattivo strumento di apostolato, un cattivo veicolo di missione.
La regola profonda del gruppo, costituita dai nostri piani indiscutibili, da questi legami saldi allo spirito, al cuore, alla volontà del Signore, questa regola intoccabile, scritta con parole che non tramonteranno, per la carità che non passerà mai, lascia la piena libertà di ricerche, di innovazioni, di adattamenti; lascia ogni possibilità di lavoro sia alla nostra intelligenza che al nostro cuore, per fare qui e oggi la volontà del Signore.
Circa l'unità, io penso che, come ogni altra cosa che il Signore ci chiede, noi possiamo realizzare l'unità soltanto con la carità e attraverso la carità. Non appena la si ricerca in se stessa e per se stessa, l'unità come la povertà, l'obbedienza e tutto il resto, può andare contro la carità, può ferirla o ucciderla.
Quando non è la conseguenza pratica della carità, l’unità diventa spesso un «unitarismo» intransigente all'esterno del gruppo; una opprimente uniformità all'interno di esso. Allora, coabita raramente con la libertà vera. (...)
Caratteristiche profonde della vita di gruppo
Noi viviamo in gruppo non perché riteniamo questa la forma di vita migliore, ma perché questa forma si adatta allo scopo stesso della nostra vocazione, alla ragion d'essere del nostro dono a Dio, perché rappresenta il mezzo provvidenziale per noi di realizzare ciò che Dio vuole da noi.
Per mezzo della famiglia spirituale che li unisce, famiglia la quale non è altro che una minuscola particella della Chiesa viva, i gruppi sono cellule di Chiesa.
Non sono fondati su affinità di amicizia, nè su amicizie di lavoro. Essi si fondano sulla carità attiva del Cristo e si reggono su di essa.
La funzione del gruppo è di salvaguardare la disponibilità che ci ha dato il nostro dono a Dio, disponibilità a servire la Chiesa nel mondo; la sua missione di adorazione, di fraternità, di evangelizzazione, di redenzione; missione che, tutta insieme, è carità. E’ la carità che fonda e organizza il gruppo. Cellula di una famiglia spirituale che, a sua volta, rappresenta un piccolissimo corpuscolo inserito nella Chiesa viva, il gruppo assume la sua fisionomia, le sue attività, le sue leggi interne ed esterne dalle leggi permanenti e dagli imperativi quotidiani della carità.
E’ la carità che costituisce il gruppo, che realizza, che determina la sua unità interna, che lo riunisce intorno al Cristo, che lo avvicina a coloro che gli stanno intorno, secondo quello che sono i suoi membri e quello che è il loro prossimo.
E’ la carità che organizza il gruppo come un tessuto vivo, le relazioni degli appartenenti al gruppo con Dio, come pure quelle fra di loro e con la gente di fuori.
Ma il gruppo non è mai nè costituito nè organizzato una volta per tutte. Continuamente si fonda e si organizza in funzione delle circostanze e del prossimo.
Tuttavia rimangono indiscutibili ed intoccabili le leggi vitali di questa organizzazione e di questa costituzione: le parole di Cristo sulla carità, su quello che essa deve fare di noi e che deve farci fare.
Parole che, custodite e messe in pratica, ci saldano sempre più profondamente al Cristo, ci legano sempre più strettamente fra di noi, ci rendono fin dall'inizio i prossimi di ogni prossimo che Dio ci affianca.
FRATERNITÀ APERTA
La ragione di questa fraternità non è in se stessa; essa è aperta, non da una parte o dall'altra, ma da ogni parte; non ha chiusure di nessun genere.
Da una parte è una specie di particella consapevole di Chiesa; dalla Chiesa tutto riceve, alla Chiesa tutto deve.
Secolare, immersa nel mondo, il suo solo fine è una totale disponibilità all'amore di Dio «che ha tanto amato il mondo da inviare il suo Figlio unigenito». L'amore evangelico per il quale la vita di fraternità è luogo di incontro e di scambio, è in tensione verso il mondo. Il mondo per noi porta il nome degli uomini fra i quali noi viviamo.
Dobbiamo solo ad un dono personale che ognuno di noi fa a Dio il fatto che noi viviamo insieme, che costituisce la nostra fraternità, e questo dono che ci unisce è anche quello che ci disperde, che ci spinge verso quel prossimo che egli ha scelto per noi e per il quale ci ha scelti.
Chiunque siano le persone che ci troveremo di fronte, le ameremo con tutte le nostre forze, ma anche con quell'amore incredibile che Dio soltanto ha, che Dio soltanto è. Se sembriamo avere delle preferenze è perché l'amore non può non agire, non può non rispondere secondo i bisogni. Vi sono delle «preferenze evangeliche»; non sono delle vere preferenze, sono l'amore che non può lasciare aver fame coloro che hanno fame, essere nudi coloro che non hanno abito, piangere coloro che piangono, peccare quelli che peccano, dimenticare coloro che si trovano nelle tenebre della morte.
La vita insieme non è che un moto d'aria sottile e violento per impedire, per impedirci di carbonizzare o di vegetare sotto delle ceneri, perché fuori, chiunque, qualunque cosa riceva quello che può attendere dall'amore.
La povertà, l'obbedienza sono aperte, mai determinate. Gli altri intervengono senza sosta, piantando le loro necessità proprio nel mezzo delle nostre, e le necessità loro diventano le nostre. Siamo e dobbiamo essere sciolti da ormeggi da ogni parte. Per questo una fraternità in cui non ci siamo scelti esige un'unità di cuore.
MADELEINE DELBRÊL
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