L’importante – si legge nel quotidiano “Avvenire" – è non guardarla con l’atteggiamento del biografo. Perché Bakhita, la miniserie che Raiuno manda in onda domenica 5 e lunedì 6 aprile, non racconta per filo e per segno la vita della suora canossiana sudanese, ex schiava, vissuta in Veneto alla fine dell’ 800 e canonizzata nel 2000 da Giovanni Paolo II.

Ad ulteriore approfondimento circa la figura di Bakhita proponiamo qui alcuni estratti di Padre Antonio M. Sicari  da “Il quarto libro dei Ritratti di Santi”, Ed. Jaca Book:

 

 
GIUSEPPINA  BAKHITA

di P. Antonio M. Sicari

Bakhita è stata definita da Giovanni Paolo II "sorella universale", con una motivazione che ci rende pensosi: perché Dio ci ha detto, per suo mezzo,  qualcosa a riguardo della vera felicità.
Non c'è al mondo una parola più umiliata, e più contraddetta, di questa.
La felicità è nel desiderio e nel cuore di tutti, ed è inestirpabile, perché descrive il destino per il quale siamo stati fatti.
"Perché Dio ci ha creati?",  era una delle prime domande del vecchio Catechismo; e ci veniva subito insegnata la risposta: "Dio ci ha creati per conoscerLo, amarLo, servirLo in questa vita, e per andare poi a goderLo in paradiso".
"Godere Dio", attendere "l'eterna beatitudine",  giungere alla "visione beatifica", a quello stato cioè che ci renderà felici per sempre, assieme all'intera creazione:  questo è l'oggetto della speranza cristiana.

In qualunque modo riusciamo ad immaginarci il Paradiso, tentiamo di immaginare la felicità finalmente raggiunta.
Ma c'è tanto poco paradiso in terra -se non a tratti, per intensi momenti di verità, di bellezza e di gioia-  che abbiamo finito per confinare la felicità in un mondo lontano, in un al-di-là sempre più sbiadito e irrealistico.
E nell'al-di-qua ci accontentiamo dei surrogati: un po' di piacere, qualche soddisfazione,  l'appagamento del successo.
[…] Bakhita nacque verso il 1869   in uno sperduto villaggio africano nel Darfur (che oggi è la provincia occidentale del Sudan).
La piccola era nipote del capotribù  e viveva in una famiglia benestante e felice, dedita alla agricoltura e alla pastorizia: ottimi genitori che si volevano bene, tre fratelli maschi, ormai grandicelli e robusti, una sorella sposata, e una sorellina gemella.
Ma l'unico ricordo che le è rimasto, lacerante,  risale al giorno in cui  -aveva solo quattro anni-  la sorella maggiore è stata rapita dai razziatori arabi:  si è sacrificata, per aver tempo di nascondere lei, la più piccola, in un mucchio di fieno:  risente ancora le grida laceranti, le ricerche agitate, la disperazione dei genitori.

Poi, a 6 anni,  mentre gioca a raccogliere fiori  lontano dal recinto delle capanne,  è lei ad essere rapita,  e da  allora ricorda solo il terrore provato:  quell'essere afferrata all'improvviso;  il grido che le muore in gola  sotto la minaccia di un coltello; quel cammino lungo e disperato, tra i singhiozzi, che dura tutta la notte,  i tentativi di divincolarsi e di fuggire,  e lo scudiscio che le sferza le gambette per dissuaderla. Poi, sul far del giorno,  l'arrivo a un villaggio arabo, di case piccole e basse,  e quella specie di porcile dove è stata rinchiusa a lungo, per giorni e giorni.
Tutto il resto si è cancellato dalla sua mente: il suo nome, il nome del villaggio, dei fratelli, perfino il nome del papà e della mamma.
Poiché la bambina non sa più come si chiama,  uno dei due razziatori suggerisce all'altro, ironicamente,  "chiàmala  Bakhita!".   E Bakhita vuol dire: felice,  fortunata.
Ed è proprio in questo piccolo crudele particolare,  che noi vediamo all'improvviso  come si intrecciano la storia della cattiveria umana e quella della salvezza di Dio:  la storia della malvagità che schernisce le sue vittime ("fortunata!": una bambina a cui è stato tolto perfino il ricordo del nome della mamma)  e la storia della tenerezza di Dio che tramuterà quella sventura in felicità,  e in aiuto per il mondo intero.

Dopo giorni di pianto e di disperazione, cominciò il vero calvario:  giunse il mercante di schiavi che comprava e raccoglieva le prede dei vari razziatori, conducendo una carovana di uomini e donne, aggiogati con un collare di ferro  a una stanga rigida.
C'era un'altra fanciullina che venne a far compagnia a Bakhita; e poiché erano troppo piccole per quei ceppi,  almeno durante la marcia rinunciarono a incatenarle.
A ogni villaggio la carovana s'ingrossava di merce umana.   Alla prima sosta, dopo giorni di marcia, le due bambine lasciate momentaneamente incustodite riuscirono a fuggire e a nascondersi nella vicina foresta.
Passarono una notte di pianti e di terrori  (molti anni dopo Bakhita dirà che si era sentita circondata da bestie feroci: elefanti, leoni, iene, scimmie,  ma anche da un angelo che la consolava, anche se allora non ne conosceva nemmeno l'esistenza).    Al mattino caddero nelle mani di un altro razziatore  che le occultò per alcuni giorni, e poi le rivendette a un altro padrone.     Almeno,  l'inaspettato guadagno  evitò loro le feroci punizioni che le attendevano se fossero state riprese  dal primo mercante.
Ripresero il triste lungo viaggio verso i mercati del  nord,   e fu allora che Bakhita seppe  davvero cosa fosse la schiavitù.
Gli episodi che ora racconteremo sono stati tutti raccolti dalla sua bocca. Solo lo stile del racconto scritto fu un po' letterariamente abbellito  -e Bakhita non mancò di farlo notare,  lei che rimase analfabeta per tutta la vita e imparò a parlare solo un misto di italiano e di dialetto veneto-  ma i fatti erano quelli.   Anzi ella diceva che la realtà era stata  ancora più atroce, di quanto non riusciva a dire.

"Una mamma portava in braccio il suo bambino di pochi mesi. Lo spavento e il dolore le avevano inaridito il seno: ed il bambino chiedeva invano, con i suoi gemiti, il latte materno.  Il padrone ingiunse alla madre di farlo tacere.  Ma poiché ciò non era possibile, essi si infastidivano e si vendicavano percuotendo la donna. Allora il capo della carovana le strappò il bambino e con aria di sfida volle fare vedere alla madre come egli lo avrebbe fatto tacere. La povera madre diede un urlo e si slanciò verso l'arabo, ma questi, afferrato il bimbo per un piede, lo roteò nell'aria, cacciando via la madre, e sfracellò la testa del bambino contro una grossa pietra.... Si vide allora la disperazione della madre divenire feroce. Essa si avventò sull'uccisore graffiandolo con le unghie e mordendolo come una iena: ma questi, con colpi di staffile, la ridusse all'impotenza. Caduta al suolo, non fu più possibile rialzarla.  Allora il capo infierì su di lei barbaramente fino a farla morire. Pochi istanti dopo la carovana riprese il cammino".
Non fu l'unica scena macabra a cui la bambina dovette assistere.  E imparò, col cuore stretto d'angoscia, a capire che cosa accadeva agli schiavi che si accasciavano al suolo, per la sfinitezza e la malattia:  mentre la carovana procedeva, il padrone si attardava con lo schiavo malato.  Si udivano dei colpi; poi un silenzio mortale.

La prima sorte delle due schiavette  non fu così brutta:  il padrone le tenne per sé, regalandole alle sue figliole: passavano la giornata come cagnolini, accoccolate presso le padroncine, attente ai loro cenni, agitando il ventaglio, giocando, lasciandosi ammirare dai visitatori.
Si sentivano perfino volute bene.  Ma durò fino al primo malestro:  un vaso prezioso, scivolato di mano a Bakhita, scatenò le ire del  figlio del padrone.   
Istintivamente la piccola si rifugiò presso le sue padroncine convinta di venire protetta, ma quelle non mossero un dito, restando assolutamente indifferenti mentre il signorino adirato la colpiva a pugni, calci, scudisciate,  lasciandola a terra sanguinante.
Gettata sul suo misero giaciglio, vi restò febbricitante per giorni e giorni, senza che nessuno si curasse di lei.
Quando guarì, la vendettero a un generale turco.   
Ormai la piccola pensava che essere schiavi era una condizione disgraziata, ma naturale.  Così era fatto il mondo:  c'erano i padroni che avevano tutti i diritti e c'erano gli schiavi che non ne avevano alcuno.  E lei era schiava.   E siccome aveva un cuore buono e un temperamento naturalmente dolce,  non riusciva nemmeno ad odiare i suoi aguzzini.
La casa del generale era un inferno:  vi spadroneggiavano la moglie e la madre, cattive come due megere,  che gli rendevano impossibile la vita, coi loro alterchi e i loro malumori.   

E quando il generale non sapeva più come sfogarsi, non potendo picchiare né la moglie né la madre, faceva frustare le schiave con delle verghe,  fino a riempirle di piaghe.    
Ma ancora più terribile fu la decisione della moglie del generale  di far  decorare indelebilmente il corpo, abitualmente nudo,  delle sue schiave più giovani.
Venne chiamata una megera  che con farina bianca formò sul corpo di ciascuna ragazza un complicato disegno:  sei lunghi segni sul petto, sessanta sul ventre,  quarantotto sul braccio destro.
Poi il disegno venne inciso con un rasoio alla profondità di circa un centimetro. Quindi le labbra delle ferite vennero aperte e stropicciate ripetutamente col sale, in modo che le cicatrici restassero sporgenti e indelebili.
Le gettarono su una stuoia e le lasciarono per giorni interi in preda al delirio, senza che nessuno si preoccupasse nemmeno di asciugar loro il sangue.

La tortura era così atroce che spesso le ragazze non  riuscivano a sopravvivere.  Bakhita si riprese dopo due mesi.   
Dopo moltissimi anni, quando raccontava questo episodio,  di cui portava visibili tracce, rabbrividiva ancora al ricordo,  e piangeva.
[…] Un anno dopo il generale decise di tornarsene in Turchia;  vendette i suoi schiavi e ne tenne soltanto dieci;  poi, su cammelli carichi di bagagli e di ricchezze, intraprese il viaggio.  Giunto a Khartoum  decise di vendere altri schiavi,  e Bakhita fu acquistata dal Console Italiano.
Così, per la prima volta, Bakhita entrò in una vera casa,  tra gente che la trattava umanamente e affabilmente.   E per la prima volta in vita  poté  indossare una graziosa tunica: il segno del pudore e della libertà.
[…] Dopo due anni il Console venne richiamato urgentemente in patria,  ed ella  chiese -con una strana insistenza che sorprese tutti- di  poter partire assieme ai suoi padroni.  La accontentarono.
La notte successiva alla partenza del Console,  una masnada di razziatori entrò nel consolato  italiano rubando tutti i beni e tutti gli schiavi:   e ancora una volta Bakhita -senza sapere cosa fosse un miracolo-  si sentì miracolosamente protetta, come se Qualcuno avesse preso a custodirla,   a prevenirla.

Quando giunsero al porto di Genova,  Bakhita si inginocchiò e baciò terra.   Le chiesero stupiti  il perché di un gesto così strano:  disse che non lo sapeva, solo che era felice.
Ad attenderli c'era una ricca coppia di Mirano Veneto -certi De Michieli- amici del Console, con una bimbetta (Mimmina)  di circa tre anni:   istigati dalla bambina, tanto fecero che ottennero la ragazza negra in regalo, e la piccolina si affezionò a Bakhita come a una mamma:  dormivano nella stessa lussuosa cameretta.
Sembrano tutti particolari di poco conto:  ma  lentamente il mosaico si va componendo, secondo il disegno di Dio, anche se quei nuovi padroni erano praticamente atei.  Tanto che avevano perfino proibito a Bakhita -quando portava a passeggio la piccina-  di entrare in qualsiasi chiesa.

Alla  loro bambina avevano comunque insegnato solo il "Padre Nostro",  l' "Ave Maria" e il "Gloria al Padre":  e la padroncina di tre anni  faceva dire le sue preghiere anche alla sua mammina nera.   Nessuna delle due capiva il significato di ciò che dicevano,   ma Bakhita, ormai diciassettenne,  se le ripeteva ugualmente da sola, durante il giorno,  e ci trovava una strana dolcezza.
Dopo tre anni  quei nuovi padroni decisero di trasferirsi definitivamente in Africa, e furono necessari alcuni viaggi. per i preparativi.
Per uno spazio di dieci mesi circa furono costretti a lasciare in Italia Bakhita  e ottennero che fosse temporaneamente ospitata presso l' Istituto dei Catecumeni, tenuto dalle suore canossiane, a Venezia.
[…] Fu battezzata il 9 gennaio 1890  e lo stesso giorno ricevette la Cresima e la Prima Comunione:  la chiamarono Giuseppina Bakhita.

Circa quarant'anni dopo le avverrà di condurre in quei luoghi una amica:
«Mi portò a vedere dove era stata battezzata.  Nell'avvicinarsi, quasi corse con gioia e ansia verso quel luogo benedetto.  Si inginocchiò con evidente commozione e baciò la pietra dove si era inginocchiata per il Battesimo. "qui -disse in quella sua maniera dialettale- è proprio qui che sono diventata figlia di Dio... mi povera negra, mi povera negra... qui mi hanno versato l'acqua che mi ha aperto il Paradiso!".  Indi mi condusse nell' attigua cappellina della Madonna. Pure qui si prostrò lasciandosi cadere a terra e baciò quel luogo dicendo: "qui son diventata figlia di Maria".  Parlava con ammirevole commozione. Mi faceva notare che per lei orfana, avere la Madonna per mamma era un grande conforto».
E ricominciò a soffrire.   Durante la prima Comunione aveva chiesto a Dio di non lasciare più quel luogo che era divenuto la sua casa.  Sentì un desiderio irresistibile di consacrare la vita al suo Dio,  come quelle suore che aveva imparato a conoscere e ad amare.  

Ma era in cuor suo convinta  che ciò non fosse possibile: «Ho sofferto tanto, perché non sapevo come spiegarmi. Mi sentivo indegna, ed essendo di razza nera ero convinta che avrei fatto sfigurare l'Istituto, e che  non mi avrebbero mai accettata».
Dopo due anni, a forza di pregare la Madonna, trovò il coraggio di parlarne al confessore.   Il confessore, autorizzato, ne parlò alla Superiora e la Superiora disse che si era accorta da tempo del lavorio che la Grazia faceva nel cuore della ragazza, ma aspettava che lei parlasse.

La accettarono,  anche se,  in quegli anni e in quei luoghi, davvero una suora di colore era cosa più unica che rara
Fece tre anni di noviziato.  Al termine ad esaminarla c'era il Cardinale Giuseppe Sarto  -il futuro S. Pio X-  che dopo aver ascoltato la ragazza che si esprimeva nel suo povero e stentato dialetto,  le disse (anch'egli in dialetto):  «Pronunciate i   santi voti senza timore. Gesù vi vuole. Gesù vi ama.  Voi amatelo e servitelo sempre così!».
Così  -con questo dialogo tra due futuri santi- cominciò la storia --che sarebbe durata cinquant'anni ancora-- di Madre Giuseppina Bakhita, suora canossiana.  

A Schio, il borgo in cui ella giunse nel 1902  e dove restò per sempre, la chiameranno familiarmente:  "Madre Moretta"; e pian piano  -anno dopo anno- gli scledensi si convinceranno d'avere tra loro una Santa.
[…] Ella che tacitava i bambini  quando dicevano che quei suoi padroni erano stati cattivi, e li scusava,   non aveva paura di ammettere che sì erano cattivi, ma solo se si pensava alla infinita bontà di Colui che era l'unico a poter fare da Padrone, con pieno diritto.

«Noi siamo vermi -diceva con tanta dolcezza- lui è il grande, l' Onnipotente: no podaressimo neanche alzare gli oci di fronte a quelo che xe elo...!».
"El me Paron!"  -così  chiamava abitualmente  Dio; e a volte precisava: "El vero Paron!";  e lo faceva  tutta impregnata, in parti uguali,  di umiltà e di affetto.
Per questo la vedevano sempre serena. "Sembrava -dissero i testimoni- che tutto le fosse facile, perché era disposta e pronta a tutto. Era sempre uguale a se stessa, sempre sorridente".
Non si sentiva virtuosa.  Il bene che faceva accuratamente e che sorprendeva gli altri, lei lo motivava semplicemente col dire: «Così facciamo contento el Paron!».

Non finiva mai di ripeterselo, come se non bastassero il tempo e la vita per comprenderlo fino in fondo:  «Quanto bon che xe el Paron. Quanto bon che l'è... Come se fa a non volerghe ben al Signor!».
A una ragazza che l'interrogava, incerta "se era più bello sposarsi o consacrarsi a Dio"  offrì umilmente questo suo criterio: «Non xe più belo o più bon quelo che ne pare più belo e più bon, ma quelo che vol el Paron!».
[…] Era il 1923,  e  Madre Moretta,  si ammalò di polmonite.
Venne il medico, colto e galante,  che entrando nella sua cella esclamò, citando il Cantico dei Cantici: "Nigra sum sed formosa"   ("Sono nera, ma bella!)".  

Bakhita si commosse, aveva capito alla perfezione quel latino. Rispose: «Oh se il Signore potesse dirmi così!».
I testimoni dicono che visse quasi attendendo di potere udire, al termine della vita, quel saluto da parte del suo Gesù.
[…] Le orfanelle dell'Istituto facevano di tutto per poterla vedere  mentre pregava;  a volte si arrampicavano  alle finestre, per poterla guardare, tanto erano impressionate del modo come stava assorta.
Da vecchia, non riusciva più a muoversi da sola, e a volte la lasciavano in cappella un po' troppo a lungo, anche due o tre ore, rannicchiata nella sua sedia a rotelle.  Quando l'infermiera giungeva trafelata scusandosi d'averla dimenticata,  rispondeva soddisfatta:  «Ah, mi me la son passà con Lu!».   Diceva  che era stato un regalo, perché aveva potuto tenere compagnia a Gesù.

"Diceva che non si stancava, che si trovava bene davanti al Signore... che restava davanti al Signore che l'aveva aspettata da tanto tempo!".  
Erano passati tanti anni, più di cinquanta, da quando l'avevano accolta nella Sua casa,   ed era piena di malattie.
Diceva: «Me ne vado adagio adagio, passo passo, perché ho una valigia pesante da portare!».
Di valigie pesanti, in realtà, ne aveva due.  Vale la pena di spiegare questa strana immagine.

Durante la guerra del  '15 -'18   parte del convento era stata adibita ad ospedale militare,   e spesso Bakhita aveva osservato che  l'attendente del capitano  doveva sempre portare due valigie: quella sua e quella del suo capo.
E lei voleva arrivare davanti al Padre eterno come un attendente, portando la valigia sua e quella del suo Capitano   Gesù: il  "Paron"  le avrebbe fatto aprire le due valigie;  avrebbe visto in quella sua tanti peccati;  ma poi avrebbe visto in quella più pesante tutti i meriti di Gesù, tanti e tanti,  e lei sarebbe stata accolta con gioia, perché aveva portato anche quella valigia!

Come si vede, le più ardue pagine della teologia,  quelle sulla Giustificazione,  possono essere spiegate benissimo anche da una vecchia suora negra.
Nel delirio della agonia,  come  se il passato risalisse a galla dalle profondità "fisiche" della memoria, la sentirono mormorare:   «Allargatemi le catene,  pesano!»
Le catene della schiavitù  erano diventate anche le catene di una esistenza troppo lunga e affaticata da cui voleva essere affrancata;   e   la domanda umile di scioglierle i ceppi era diventata anche preghiera per ottenere la grazia della risurrezione.
Le sue ultime parole furono: «quanto sono contenta... la Madonna... la Madonna!».
Così Bakhita  entrava in cielo,  come sorella che intercede davanti a Dio per tutti gli schiavi della terra.

 

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