MEDITAZIONE NATALIZIA

di P. Antonio Maria SICARI

C’è una preghiera che la liturgia d’Avvento mette ripetutamente sulle labbra dei cristiani che vogliono rinascere con Cristo, in modo che tutto il male del mondo, tutto ciò che non è degno del Bambino che viene, sia almeno offerto a Dio come una mendicanza, come un grido verso di Lui, come desiderio.

È  il canto struggente del RORATE COELI:

“Non adirarti, Signore, non soffermarti
sulla nostra inettitudine.
Ecco io sono come una città desolata.
Vuota è questa mia vita.
Come si sente abbandonata
Questa tua creatura ch’era fatta per un destino
Di gioia perfetta e di amore...

...
Abbiamo ceduto al male, ci siamo aggrovigliati.,
Siamo caduti come foglie d’autunno.
Le nostre illusioni ci hanno trascinato via,
Come un vento vorticoso.
Ci hai tolto la tua attrattiva,
Ci hai inariditi, abbandonandoci alle nostre miserie.
Guarda, o Signore, l’angoscia del tuo popolo.
Manda Colui che ci fai così tanto aspettare.
Mandaci quell’essere dolce e forte come dominatore.
Dalla bruma dell’orizzonte
Fallo comparire agli occhi ansiosi di questo nostro essere,
Perché ci liberi Lui dalla prigionia.
...
Confòrtati, confòrtati, o mio popolo,
Improvvisa verrà la tua salvezza.
Perché ti struggi d’amarezza
per il dolore che ti penetra?
Ti porterò io a salvezza, non temere:
Sono infatti il tuo Signore,
Il santo d’Israele, tuo Redentore”.


Così, al termine di questa preghiera d’Avvento, quando Dio comincia a formulare la sua risposta che dà conforto e consolazione, quando la salvezza che desideriamo e speriamo sta per avere un Volto e un Nome (Gesù significa appunto: Dio è Salvatore), proprio qui troviamo la Vergine senza peccato, Maria che riceve l’annuncio dell’angelo.
Tutto ciò che speriamo crediamo e amiamo è accaduto come un bambino “accade” alla madre: è accaduto nel grembo della Vergine di Nazareth.
Da allora in poi, ogni volta che i credenti trattano Cristo come un’idea – come se dimenticassero l’incarnazione – la Madre lo difende: “Tutte le generazioni mi chiameranno beata!”.
La fede comincia sempre di nuovo, così: quando ogni generazione, ogni “stirpe”, riconosce che la beatitudine, la felicità, è appartenuta storicamente a una donna, a una madre: una felicità simile a quella che ogni donna prova quando riceve tra le braccia la sua creatura, ma anche incomparabilmente più grande: perché Maria sapeva di stringere al seno anche il suo Dio e il suo Destino.

Miracolo della Incarnazione!  
In certi antichi racconti  si narra che, alla nascita di Cristo, tutta la creazione sia rimasta per un attimo immobile: sorpresa e incantata dal prodigio:
“Nel più grande silenzio, in quel momento si sono fermate tremanti tutte le cose: infatti cessarono i venti... non si è più mossa alcuna foglia degli alberi, non si è più udito alcun rumore di acque, non scorsero più i fiumi, non ci fu più il flusso delle maree, tacquero tutte le fonti d’acqua, non risuonò più alcuna voce umana: c’era un grande silenzio... con timore grande tutte le cose tacevano stupite...”.
La sensibilità popolare voleva così esprimere una profonda verità che tocca le radici dell’essere: se il Creatore stesso nasce come creatura, allora tutta la realtà riprende ad esistere in un modo nuovo; riprende a trarre vigore dalla sua Origine finalmente manifesta; riprende a muoversi con consapevolezza verso il suo destino giunto finalmente a portata di mano.
A ben pensarci, i miracoli che poi Gesù compirà durante la sua vita terrena ( e anche quelli che continuano oggi ad accadere) sono la conseguenza di questo riconoscimento iniziale: la malattia può arrestare il suo corso distruttivo e la carne può tornare giovane; la natura può affidare le sue leggi alla Sua volontà (e il mare agitato si calma, e l’acqua si trasforma in vino); i cuori degli uomini possono cominciare a battere per una vita diversa (“eterna”) e la morte sa di dover cedere i corpi di cui si impadronisce.

C’è un nuovo inizio della creazione: la natura umana e la natura divina sono indissolubilmente unite in Gesù di Nazareth: la prima si apre a Dio con tutto il suo grido e la sua speranza, e la seconda si apre all’uomo con tutta la sua Grazia e la sua ricchezza. Riconoscere questo fatto unico, e dipendere totalmente da esso, è il compito dei discepoli, il compito della Chiesa, il compito nostro, qui e ora.
Ma la prima creatura che si è dedicata a questo compito (e perciò dobbiamo impararlo sempre da lei)  è stata Maria, sua Madre. La Chiesa è iniziata in Maria, da quando ella ha cominciato a percepire, giorno per giorno, fin dai primi tempi della gravidanza, come la natura di Dio si unisse con la natura umana, nel suo grembo di donna.
Ciò che ogni donna esperimenta – in sensazioni, emozioni, stati di coscienza, già per se stessi ineffabili – si è amalgamato in lei con sensazioni, emozioni, stati di coscienza che riguardavano anche il mondo di Dio.
Noi non possiamo descrivere tutto ciò, ma dobbiamo valorizzare ciò che sobriamente ci è stato rivelato.
“Rallegrati Maria, Tu che sei stata riempita di grazia” : la gioia che ogni donna prova mentre diventa madre, la sensazione d’esser colmata di un dono immeritato, nella Vergine di Nazareth raggiunsero profondità inesprimibili, dato che Maria gioiva anche  della natura divina di suo Figlio e ne percepiva il preziosissimo dono: ella dovette accogliere da sola, nel suo cuore, qualcosa della gioia provata da tutta la creazione a sentire così vicino a sé la stessa fonte dell’essere.
“Il Signore è con te – la Potenza dell’Altissimo ti copre con la sua ombra – lo Spirito scenderà su di te – e il Santo che nascerà da te sarà chiamato figlio di Dio” : è l’intera profonda segreta vita di Dio che si apre a lei; è il caldo mondo trinitario che avvolge da ogni lato una piccola creatura e se ne impadronisce, mentre si dona a lei.

La dolorosa estraneità tra gli uomini e Dio non solo è vinta, ma la familiarità è ora totale. Che Dio sia assieme Padre e Figlio e il loro reciproco Amore, che sia cioè una “comunione di persone” e che anche la creatura umana possa essere accolta in questa comunione ineffabile: questo è ciò che Maria esperimenta, senza saperlo spiegare, ma con la stessa certezza con cui ella si preoccupa del Bambino che le è stato dato miracolosamente, e a Lui si abbandona.
L’unica possibilità che abbiamo per accostarci a un tale mistero, a tali esperienze che riempivano l’essere di Maria (“in me Colui che è potente ha compiuto cose grandi!”), è quella di chiedere a una qualunque madre – purché sia una vera madre! – che cosa accadrebbe se Dio sviluppasse infinitamente e desse realtà e consistenza infinite a tutti gli struggimenti, e a tutte le vaghe intuizioni, a tutte le speranze, a tutto ciò che ella prova nei riguardi del bambino a cui sta dando la vita.
Per questo ogni nascita d’uomo è misteriosamente compresa e appagata in ciò che Maria ha potuto esperimentare, e per questo ella è anche la Madre di ogni creatura che viene al mondo.
Possiamo dire perfino che ogni donna-madre esperimenta “qualcosa” di ciò che Dio ha fatto esperimentare a Maria, qualcosa di “divino”.  Ed è per questo che una  gravidanza e un parto senza preghiera sono privati di una grazia importante che Dio vorrebbe poter assegnare al mistero della generazione e alle famiglie dove esso accade...
Maria è “benedetta perché ha creduto”: ha creduto che “niente era impossibile a Dio”; ha creduto che a Dio era possibile entrare nel mondo (che, del resto, gli appartiene); che poteva prendere carne e diventare bambino.
A Dio non era impossibile mettere la sua misericordia infinita nelle mani degli uomini; non gli era impossibile abitare corporalmente nel seno della umanità; non gli era impossibile esaltare il desiderio e la libertà umana fino a “legarli” indissolubilmente alla sua stessa suprema Felicità e Libertà.

A tutto ciò Maria si è offerta: senza limiti, senza timore, senza obiezioni, con una disponibilità che ogni giorno si approfondiva e si donava. Maria non si è mai allontanata neppure per un istante da quell’Uno che era il suo piccolo e il suo Dio, non lo ha mai scambiato per un ideale: non ha mai tradito la natura umana di suo figlio per affermare indebitamente quella divina, come non ha mai posseduto quella natura umana fino a dimenticare che la Grazia e la Verità irraggiavano dalla natura divina.
Maria non ha mai tradito il ricordo delle sue viscere che han dato  vera carne umana al Verbo di Dio, ma neanche il ricordo della sua Verginità intatta che era per lei il segno segreto e misterioso  dell’origine divina del Figlio: questa privazione di un vero padre terreno per avere la certezza assoluta del Padre celeste.
Maria ha visto la salvezza prendere quel Volto che lei stessa aveva formato e avere quel Nome che lei stessa ogni giorno pronunciava: ha visto il Mistero che sorregge l’universo, mentre lei stessa lo sorreggeva tra le braccia; ha visto il Destino a cui tutto tende, camminare verso di lei con i passi incerti del bambino.
E anche lei ha provato il brivido che ogni madre prova quando riflette che quel bambino che sembra tendere irresistibilmente verso di lei, in realtà è lui lo scopo della sua vita: il figlio è “il destino” immediato della madre, evidente  già nell’inesorabile fluire delle generazioni: una destinata all’altra, inesorabilmente.  
Solo che in Maria questa comune esperienza era piena anch’essa di una grazia sconosciuta e dolcissima.

C’è dunque una scienza di Maria che è all’origine della nostra fede e che dobbiamo sempre meditare: non c’è stata nella storia, e mai ci sarà, tenerezza maggiore di quella dei due evangelisti che hanno introdotto il Vangelo raccontando l’infanzia di Gesù e le esperienze misteriose della Madre sua.
Questi racconti devono essere mantenuti al centro della contemplazione e della coscienza della Chiesa, altrimenti perfino il “Padre nostro”,  quando lo recitiamo, perde di senso.
Solo per questo noi cristiani celebriamo ogni anno il  Natale e ogni anno ricominciamo, tornando pieni di gioia a Betlemme dove nasce quell’Uno che è “il centro del mondo e della storia”.
Negli Inni alla Chiesa di Gertrud von le Fort ce n’è uno sull’avvento, dedicato appunto alla comunità che deve portare Cristo al mondo:

“E la tua voce dice:
Cantatelo nell’attesa dell’alba, cantatelo piano nel fosco orecchio del mondo.
Cantatelo in ginocchio, cantatelo come raccolti in un velo, come cantano le donne che saranno madri:
Il Potente si è fatto docile, l’Infinito piccolo, il Forte sereno, l’Altissimo umile.
È  stato ospite nella casa di una Vergine: nel grembo ha posto il suo trono, e per lode gli basta una ninnna-nanna!
Guarda: i giorni non vogliono più spuntare dopo quel giorno, e le notti si sono fatte più scure dopo quella notte.
Voglio accendere le luci, voglio incendiare di gioia tutti i confini dell’umanità.
Salve, tu che porti il Signore”


 

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