
Nel Movimento Ecclesiale Carmelitano sono presenti molte realtà e troviamo una grande ricchezza di vocazioni, in tutte le sue forme. La maggior parte di noi è stata chiamata (ed è chiamata) a vivere da carmelitano dentro la vocazione del matrimonio: costruire una famiglia, accogliere gli eventuali figli, educarli, … Altri nella vita consacrata in comunità di preti, frati o suore.
Da alcuni anni è nata l'esperienza di un «Carmelo nel mondo»: offerta ai membri del Movimento Ecclesiale Carmelitano che desiderano consacrarsi a Dio per raggiungerlo nella profondità del loro cuore e vivere nella totale appartenenza a Lui, nella Chiesa e per il mondo.
Per il mondo: sia come slancio missionario (a favore del mondo) sia come collocazione reale (attraverso le strade del mondo, dentro il mondo).

E questo è il primo punto da tener presente. Un anno fa – il 3 maggio – abbiamo visto un appartamento vicino a Trento e abbiamo deciso di acquistarlo: nei primi anni eravamo in affitto, poi man mano che l’esperienza proseguiva si è deciso di fare un ulteriore passo, più deciso, più stabile. Un po’ come mettere radici. E abbiamo acquistato una casa, che – come la maggior parte delle famiglie – finiremo di pagare fra 20 anni.
Una casa abitata da persone chiamate a vivere da consacrate – come qualsiasi altro religioso che conosciamo – dentro però una nuova collocazione. Attualmente siamo in due, Raffaella ed io, anche se ci sono altre persone che – non potendo vivere in casa con noi – si riferiscono a questa esperienza, condividendo momenti di formazione, di preghiera, di vacanza, di convivenza.
Una vocazione specifica, nuova, da costruire, da pensare giorno dopo giorno. Una vocazione di "crocevia". Vale a dire: laiche, cioè chiamate a vivere nel mondo, a trattare delle cose del mondo come tutti, andando a lavorare e cercando di farlo con tutta la competenza, la dedizione, la serietà necessarie, cercando di andare in profondità alle cose, preoccupandosi della casa, della spesa, di pagare la rata del mutuo, di fare i conti con lo stipendio o con la precarietà del lavoro, come la maggior parte di noi, e – nello stesso tempo - consacrate, chiamate cioè a vivere un’appartenenza diretta e totale a Gesù, lo Sposo.
In altre parole: ciò che di più profondo c’è nel sacramento del matrimonio e ciò che di più totale c’è nella vocazione religiosa, vogliamo viverlo nel mondo
Ogni tanto ci piace pensare che nel nostro movimento si moltiplicheranno queste case: piccole comunità, non solo femminili, ma anche comunità maschili, non più di 4-5 persone, dove costruire una reale comunione, perché «restino vere famiglie piene di calore, senza formalismo, cercando di far circolare [nel movimento e nel mondo] una specie di corrente d’amore che favorisca i suoi frutti» (Delbrêl).

Vivere in una casa carmelitana significa amare il movimento come dei genitori amano i propri figli: tornate a casa dal lavoro non abbiamo figli da educare, ma abbiamo una storia da costruire, una terra carmelitana da coltivare: un di più di preghiera, una preghiera che cerca di abbracciare non solo la nostra realtà, ma quella delle situazioni che ci circondano, degli amici, del movimento, della Chiesa, del mondo intero. Abbiamo un quadernetto dove segnare di settimana in settimana le intenzioni di preghiera che ci vengono affidate.
Vivere in una casa carmelitana significa creare dei luoghi di accoglienza e di ospitalità: ecco allora che la casa si apre e in modo ordinato cerca di creare momenti di convivialità, di comunione, di condivisione: tra una cena e una serata in compagnia, dove ci si diverte, dove ci si incontra, dove si costruisce la chiesa.
Vivere in una casa carmelitana significa costruire giorno dopo giorno al suo interno legami di comunione, dal momento che chi vi abita non si è scelto, non è mosso da un amore reciproco dove amare l’altro significa amare Dio o da un’amicizia che porta a condividere uno spazio insieme: qui si tratta di amare Dio e in Lui amare chi ti mette vicino. Dalla comunione con Dio deve scaturire la comunione con le persone che il Signore ti mette accanto, per il tempo che te le metterà accanto.
Vivere in una casa carmelitana significa prendere sul serio come parte integrante della regola di vita che ci è stata donata tutto quello che il movimento ti chiede: la scuola di cristianesimo, i ritiri, gli esercizi spirituali, le vacanze, gli strumenti. Non sono accessori, non sono optional, non sono un di più di impegno, ma diventano le parole, gli appuntamenti privilegiati.
Vivere in una casa carmelitana è una gioia perché permette di assaporare tutto quello che questa nostra storia dona dentro una quotidianità che cerca di raccontare e di far risuonare quelle parole che continuamente vengono dette: così, in questi anni abbiamo cercato nonostante i nostri limiti di dare corpo, di dare carne a quanto stavamo sperimentando nel movimento.
Come tutto il movimento, all’interno del movimento e – in un certo senso – per il movimento abbiamo cercato di costruire la casa così come si costruisce la comunità; abbiamo cercato di imparare cosa significa pregare nel mondo; ci stiamo aiutando a riconoscere i doni che abbiamo e che siamo; ci stiamo aiutando a calare quei consigli evangelici che abbiamo in passato meditato.
Cerchiamo di farlo dal nostro versante, di consacrate nel mondo come persone che scelgono di vivere in condizione di verginità, in condizione di povertà evangelica – cioè lavorando per avere il necessario per vivere e il superfluo per donarlo e imparando a mettere progressivamente in comune i propri beni – in obbedienza costante alla Chiesa, al Movimento, alla Regola della comunità che ci abbraccia ogni giorno, e alla persona, all’interno della singola casa, che ha il compito quotidiano di custodire l’unità.
Nel movimento si può vivere anche così: è una forma che si colloca a metà tra quella di una famiglia e quella religiosa. Sul crocevia. Non a caso è una vocazione e una storia che si è potuta realizzare dentro un’amicizia e una comunione con P. Antonio e P. Paolo, e alcune famiglie, in modo particolare Lucio e Franca che partiranno per la Romania. Si tratta di imparare la sponsalità e la maternità che sono proprie di entrambe le vocazioni, per poter donare alla Chiesa nuovi frutti di santità.
Ma anche le famiglie possono crescere e andare in profondità nell’amicizia e nel confronto con questa nostra storia: tra i momenti più commoventi che abbiamo vissuto in questi anni non posso non citare il triduo pasquale vissuto due anni fa, quando la nostra carissima amica Chiara si è preparata al matrimonio condividendo i giorni precedenti con tutte noi: ci siamo aiutati a vivere la sponsalità dentro una verginità, che ci faceva riconoscere – in modo diverso – come siamo destinate all’unico Sposo.
In questi anni è stato importante anche condividere fatiche con persone che hanno incontrato difficoltà nel vivere il loro matrimonio o nel fare un discernimento vocazionale o nell’affrontare una situazione di dolore e malattia: una comunione fatta di preghiera, di ascolto, di accoglienza, di condivisione, cercando di custodire quella bellezza originaria che a volte sembra venir meno, cercando di capire insieme che il Signore chiede di vivere a ciascuno di noi un’ultima obbedienza, un’ultima verginità, un’ultima povertà.
E il movimento – con tutta questa ricchezza di forme, di vocazioni, di esperienze – può rappresentare veramente una terra in cui è bello e fruttuoso abitare.
Sandra De Carli
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