Annuncio di Scuola di Cristianesimo
dettato da P. Gianni Bracchi
Il testo che stiamo per proporvi è una sbobinatura della conversazione tenuta da Padre Gianni Bracchi in occasione dell’ Annuncio di Scuola di Cristianesimo del Movimento Ecclesiale Carmelitano svoltosi a Brescia, dal titolo “Ci ha chiamati amici”. Abbiamo preferito non modificare la forma dialogata di questa riflessione per non alterare l’efficacia dell’annuncio.
Introduzione
Di schianto il Signore può darci tutto, anche se siamo distratti, anche se siamo stanchi o se magari uno pensa: ‘Ho dovuto lasciare tante cose importanti per venire a perdere tempo qui’. Di schianto il Signore può prendere possesso del nostro cuore, se per un momento almeno si desta il desiderio che ci fa dire: “Che la mia vita diventi più bella!”. Altrimenti potrebbe venire l’angelo qui davanti a sventolare le ali per farci fresco e non gli diremmo nemmeno grazie, non ne saremmo sorpresi. Prima di tutto impariamo la capacità di stupirci per la realtà. Io vorrei riuscire a dire poche parole, ma parole che neanche un’alluvione potrebbe portare via, perché parole indiscutibili, irremovibili, di cui non puoi dire: “Ne faccio a meno!” Nel canto si diceva prima: “Se mi abbandoni io cado nell’abisso da dove mi chiamasti”. Non sono parole di poesia e basta, sono parole che Edith Stein diceva a Dio, allo Spirito Santo; diceva con evidenza: “Se tu mi molli, se tu mi lasci, torno nel nulla perché è da lì che mi hai chiamato”. Non è solo una descrizione psicologica: “Se tu te ne vai, amico mio, io mi sento a disagio”. Posso trovare un altro amico, magari migliore e risolvo il problema. Se teniamo le parole al livello dove tutto è intercambiabile, che ci sia un amico o un altro, che ci sia un professore o un altro… si riesce comunque a vivere.
Oggi bisogna che ci mettiamo ad un livello più radicale: quello dell’essere o del non essere, dell’esistere o dello scomparire. Se mi stacco da Dio, cado nel nulla. ‘Se Tu non ci sei, io sono una creatura perduta’. Allora cominciamo a capire l’importanza delle parole che diciamo, altrimenti Cristo o qualcun altro è uguale. La mia percezione è che con le parole della vita noi giochiamo, è come se nonle prendessimo mai al loro livello radicale. Se mi abbandoni io cado nell’abisso, cioè nel nulla da dove mi chiamasti. Se è vero vuol dire che ogni istante che non sto con Dio, sono perso e allora lo cerco, allora lo prego, allora diventa la preoccupazione della vita. Madeleine Delbrêl, ancora prima di diventare cristiana, diceva: “Io non credo, ma se Dio esistesse, mi metterei subito in ginocchio”. Noi, invece, diciamo “Dio”, come diciamo “merendina”: una o l’altra fa lo stesso. “Se mi abbandoni, io cado nell’abisso del nulla”: ma se Dio mi è così necessario, Cristo è essenziale perché è Lui che me lo rivela, me lo comunica: la sua amicizia è irrinunciabile.
Non posso tacere le parole di Gaber che abbiamo appena ascoltato: “Andare sempre più verso me stesso e non trovare nessuno” vuol dire essere vuoto. A Bruxelles, nella nostra chiesa ho avuto un’impressione terrificante, vedendo una donna che urlando e battendosi il ventre, diceva: “Io sono vuota”. Le mie giornate sono vuote, io sono vuoto, vado verso me stesso e non trovo nessuno. Se non riconosco la presenza di Dio che mi fa, io sono vuoto. O pretendi di essere tu a farti vivere? O sei così stolto da credere che sei tu che ti inventi, che ti dai la vita, che ti crei da te stesso? Se Dio in questo momento smettesse di volermi, io cadrei nell’abisso da dove mi ha chiamato. Allora diciamoci parole alle quali stare attaccati come un alpinista alla parete, altrimenti va giù. Non sono parole da supermercato quelle che ci diciamo oggi, sono parole che hanno questa pretesa: toccare la realtà.
Un Dio per amico
Le parole che ci diciamo oggi sono: “Ci ha chiamati amici”. E’ Gesù, il Dio che non ha rispettato la distanza di sicurezza, si è fatto vicino a noi e ci ha chiamato amici. Gesù non ha rispettato la distanza tra Lui e noi, si è fatto uomo. E’ venuto e mi ha detto: “Amico!”. Questa è la parola che ci diciamo oggi, una parola che non posso lasciare da parte, perché se lascio da parte Cristo, lascio da parte Dio e allora vado verso di me e non trovo nessuno. Mi ha chiamato amico. “Può darsi che non sappia quel che dico, scegliendo te - una donna - per amico” (Mogol-Battisti): è una bella canzone e ciò che mi ha sempre colpito è lo stupore per un’amicizia inusuale. Ci vuole, per lo meno, lo stesso stupore se dico: ‘Un Dio per amico’. Ci rendiamo conto cosa significa: “Un Dio per amico”? Tu non c’eri nemmeno fino a tre secondi fa, fino a 15, 20, 30… anni: che cos’è? Niente, di fronte ad un Dio che è l’Essere. E’ Lui che fa essere tutto. Tu hai cominciato ad esserci chissà perché, poi non ci sarai più, poi sei distratto, poi sei cattivo (e questo è indiscutibile)… e Dio si è preso la briga di dirti: “Te, proprio te, come amico”. Non può lasciarci indifferenti. Se è vero che mi ha chiamato amico, provo a vedere che cosa significa. “Io, l’umile barbiere. Oggi è passato il corteo del re e si è fermato davanti al mio negozio. E’ sceso, è venuto a casa mia, di me, piccolo barbiere” (Tagore). Un Dio per amico: Dio sceglie te come suo amico ed è di questo che oggi vogliamo parlare.
Avete presente il quadro di Caravaggio che illustra la chiamata di Levi, la vocazione di Matteo. Gesù ha il dito puntato e già ha i piedi girati per andarsene perché “quelli che chiamo, mi seguono”. “Il tuo dito di fuoco mi ha segnato e ti ho seguito” (Bersacchi). Quando Gesù dice a Matteo, a Giovanni, agli altri “Seguimi” non è che l’eco di una parola più antica. E’ quanto cercavo di dirvi prima. Gesù che ti dice ‘Vieni, seguimi…’ ti sta ripetendo una parola che è legata alle origini. E’ la parola del principio: ti dice ‘Vieni e seguimi’, ma dentro c’è l’eco di un’altra parola: “Esisti”. Gesù che viene, ti prende per mano e ti chiama, è lo stesso che ti ha detto: ‘Comincia ad esistere’. Sono legate insieme queste due parole. Non puoi lasciare l’amicizia di Cristo perché lasci la tua stessa esistenza. Per sottrarti dall’amicizia con Lui, dovresti esimerti dall’esistere. Quando ti dice ‘Vieni’, ti sta ridicendo con maggiore verità ‘Esisti’; ti dice ‘Io ti scelgo per amico, perché ti ho voluto, ti ho creato’.
L’amicizia di Dio con me sta all’origine della mia esistenza: è antichissima. Da quando Dio è Dio mi sta pensando, mi sta volendo e in un certo momento ha detto: ‘Ti voglio, esisti’, come lo ha detto alle stelle, alla terra e al mare. Che bello se noi potessimo obbedire oggi a Gesù come abbiamo obbedito al primo istante della nostra esistenza, quando Dio ha detto: ‘Ti voglio, ti faccio, ti creo’! Questo continua ad essere vero anche adesso, in questo momento. Questa è la nostra stoltezza: che ci dimentichiamo dell’origine! E’ adesso che Dio dice: “Ti voglio”. E’ adesso che Dio mi sta donando l’essere, cioè se stesso, la sua amicizia. E’ ogni mattina che io gli dico: ‘Padre, da te ricevo la vita’; è in ogni istante che io gli dico: ‘Signore, sono tuo’. ‘Esisti’: questo è l’inizio dell’amicizia di Dio con me, da lì ha cominciato a chiamarmi e a volermi come amico. Ce l’ho stampato nella mia carne, ce l’ho scritto nella mia esistenza. Se esisto è perché mi vuole bene. Quando Dio ti dice: ‘Ti voglio’, ti dice ‘Ti voglio bene’. Il sentimento naturale e fondamentale dell’esistenza è questo: sapermi voluto, sapermi amato. E’ una dipendenza da un Dio che mi ha voluto per amore, per un’amicizia da realizzare. Scendeva Dio e passeggiava nel giardino con Adamo, come un amico. Se esisto, non è per caso e mai mi accadrà di andare verso me stesso e non trovare nessuno: troverò Lui che mi aspetta, Lui che mi vuole e mi vuole bene: questo è preghiera.
Io, perché ci sono? Ci sei perché sei voluto e sei voluto bene, ci sei per l’amicizia che Dio vuole vivere con te, che Lui vuole costruire con te. Per questo ti ha creato, per questo ti crea adesso. C’è una promessa buona all’inizio della nostra esistenza: ‘Ti voglio per comunicarti tutto ciò che è mio, tutto ciò che sono’. ‘Tutto ciò che è mio è tuo’: in questa promessa c’è tutto il senso della nostra vita. Se voi poteste negare una sola di queste parole e dimostrarmi che siete al mondo perché lo avete deciso voi, dovrei chiudere e andarmene via. Se invece, aderendo alla realtà con onestà intellettuale riconosciamo che siamo fatti di Lui, fatti da Lui, istante per istante, come possiamo essere distratti rispetto a questo? Certo, per natura siamo distratti, siamo capaci di dimenticare mostruosamente, ma riprendiamoci in mano e allora diciamo: ‘Questa è la verità, questo è il sentimento che devo avere di me anche se ho preso quattro a scuola, anche se le cose a casa vanno male, anche se il moroso mi ha mollato, anche se ho problemi con il lavoro, anche se ho una malattia grave. Sono voluto adesso per una amicizia con Dio. Ti è amico chi ti aiuta a vivere tutto con questa certezza, a custodire questa memoria. Gli altri sono complici della tua disperazione.
Il peccato
Vorrei parlare di una realtà altrettanto discutibile che è quella del nostro peccato. Che siamo peccatori è quasi più evidente ancora che il fatto che esista Dio. Il fatto che tu sei cattivo è davvero indiscutibile. E’ il realismo che ci ricorda questo. C’è in me una capacità di fare il male, in me che so che cosa è il bene, riesco anche ad apprezzarlo e poi faccio il male. Io so che Dio è la verità della mia vita e poi scelgo la menzogna, so che Lui è il bene e poi faccio il male, so che stare con Lui è la felicità, ma poi lo tradisco e me ne vado…poi lo dimentico e posso stare giorni senza ricordarmi di Lui. Ma che vita è senza di Lui? Che cosa terribile trovarsi ostili a Dio e nemici della felicità mia, sociale..! E’ una realtà davanti alla quale dobbiamo stare davvero con dolore. Tutti conosciamo un po’ la figura di Edipo re. Edipo era re della città di cui aveva beneficiato da giovane, poi la città è toccata dalla peste e Edipo si chiede come mai. Devono cercare il colpevole. Alla fine Edipo scopre che il colpevole è lui. Quando ha visto se stesso responsabile di tutto il male e le conseguenze del male, la cosa che ha dovuto fare è cavarsi gli occhi. “Non posso più vedere il male né lo sguardo degli altri che mi accusano e mi ricordano di essere la causa di tutto questo male”. Noi stiamo di fronte al nostro peccato con la stessa banalità con cui stiamo di fronte a Dio, cioè superficialmente. Di questo dovremmo avere davvero paura e provare dolore: per il male che ci rende nemici di Dio e della nostra felicità. Ci giochiamo col male, perché giochiamo con Dio. Questo è il rischio della nostra amicizia con Lui e tra di noi: il peccato, il male che prende spazio in noi e tocca prima di tutto l’intelligenza. Ti rende stupido il male, ti acceca. Ce lo troviamo addosso il male, come una menzogna.
Nel quadro di Rouault “Il clown”, il clown è inespressivo più che triste; la sua faccia è piena di cerone e sotto c’è una scritta: “Qui ne se grime pas?”; cioè: “Chi non si trucca?”. Siamo tutti carichi di menzogna. Ci trucchiamo tutti, come Adamo ed Eva che, dopo il peccato, sono andati a nascondersi da Dio; anche noi cerchiamo di camuffarci perché diventiamo insopportabili a noi stessi. Se avvicinandomi sempre più a me stesso non trovo nessuno, divento insopportabile a me stesso e allora cerco la verità nell’apparenza, mi maschero e mi trucco. Per truccarsi una volta ci si metteva il cerone, la cera; ecco la parola ‘sincero’ vuole dire ‘senza cera’. Il primo lavoro è la sincerità, riconoscere la menzogna che ci portiamo addosso, l’apparenza. L’apparenza la vedono gli uomini, Dio guarda il cuore. Tiriamo via il trucco, proviamo a far riemergere il desiderio di sincerità. Ma come farlo? Le conseguenze del peccato le portiamo nella nostra affettività, del nostro cuore.
“O mio cuore, dal nascere in due scisso, quanto durai per farne uno; quante rose a nascondere un abisso” (U. Saba). Ho il cuore spaccato a metà: dovrebbe essere tutto di Dio e non lo è; in parte è attaccato alla mia meschinità, a beni che non sono tali, corro dietro a desideri inutili. Noi abbiamo così tanta stima dei nostri desideri che a volte siamo ciechi nel giudicarli nel loro inganno. La forza del desiderio che nasce dal cuore è una energia che Dio stesso ci ha messo dentro, ma per andare a Lui che è il Bene. Il cuore è fatto per Lui e fino a quando non riposa in Lui sarà inquieto. Fin dal nascere –dice il poeta – questo cuore me lo trovo ‘in due scisso’, non unito, non tutto per Lui; e quanto ho penato per farne ‘uno’; e allora ho tentato di nascondere questo abisso con un po’ di rose… Ci vuole la libertà, la volontà di volere interamente Dio, di volere un cuore che sia interamente per Dio. Dobbiamo liberare la libertà finché siamo in tempo. Ma come fare tutto questo? Ci rimane dentro la nostalgia del vero, della casa.
Le tre vie della ricerca di Dio
Ogni uomo si porta addosso un peso: il peso della ricerca di senso, della ricerca di Dio. L’uomo si porta addosso un peso che non può permettersi di abbandonare senza perdere la propria dignità. Puoi fare a meno di cercare Dio, puoi fare a meno di riunificare il cuore, ma così rinunci alla tua verità, vai verso te stesso e non trovi nessuno. L’uomo porta un peso che non può permettersi di portare troppo a lungo senza sapere dove. Dovrò trovare una casa, un luogo per questa mia ricerca. Tutta la storia dell’umanità può essere descritta come la ricerca di Dio. Poi magari si sbaglia strada, poi la si fa a metà, poi sarà piena di contraddizione; ma ogni uomo che decide di vivere sta affermando un bisogno di felicità, una ricerca di Dio. Come l’uomo ha cercato Dio? Una premessa. C’è anche chi dice: “Dio non esiste, e se esiste io lo rifiuto”. E’ la posizione anarchica, definita da un orgoglio disperato. L’uomo si sente grande perché si oppone al divino. Personalmente credo che Maria quando ha detto di sì al Mistero era più grande. Ma oggi sono pochi quelli che dicono che Dio non esiste. Oggi è questione di dimenticanza, di banalità, di superficialità di fronte alla vita: di esteriorità. Vivendo alla periferia del proprio essere, non si pongono più le domande che ti risvegliano dentro il bisogno di Dio. Se disinneschi la bomba della vita, ci puoi giocare con Dio, ma se la lasci esplodere l’esistenza esige delle risposte divine.
Parliamo, dunque, di tre vie di incontro tra Dio e l’uomo.
1. C’è chi si muove come a tentoni, come dice San Paolo. Avete presente quando ci si trova dentro un ambiente buio, magari grande…non vedi niente e devi muoverti tastando con le mani e ciò che ti fa andare avanti non è quello che vedi, ma sono le botte che prendi…è dagli urti che sei guidato. E’ appassionante vedere come tante persone hanno cercato Dio come a tentoni. Bisogna essere cordiali con questo tentativo di ricerca della verità, e insieme bisogna essere capaci di vederne i limiti.
2. C’è chi si rapporta a Dio come il servo rispetto al padrone. C’è un’intelligenza profondissima nel dire che Dio è l’Altissimo, l’Assoluto e io non sono niente. Lui mi ha dato la sua legge e io la osservo. C’è grande dignità in questo. “Io sto lì come il servo attento a ogni cenno della mano del mio padrone”. In questa infinita distanza voglio comunque essere degno di Lui e mi muovo obbedendo alla sua legge. C’è tanta dignità, ma anche tanta possibilità, quasi inevitabile, di far dire a Dio quello che voglio io. Quando Dio è così lontano posso sempre correre il rischio di interpretarlo cioè di fargli dire quello che voglio.
3. E’ la strada dell’amicizia. E’ la strada che Dio stesso ha percorso: è disceso dal cielo, si è fatto uomo, nascendo nel grembo della Vergine Maria. E’ una strada sorprendente che non l’uomo deve fare, ma che Dio stesso ha fatto. Sorprendentemente Gesù ci dice: “Io non vi chiamo più servi, ma vi chiamo amici perché tutto quello che il Padre mi ha detto, ve lo consegno e lo condivido con voi”. E ci ha donato se stesso, ci ha donato la sua vita ed è rimasto con noi nell’Eucaristia. Noi siamo cordiali e simpatetici con ogni tentativo di andare verso Dio, ma siamo travolti dalla gioia quando vediamo che Dio è venuto incontro a noi. Questo è il Cristianesimo, questa è la novità che il Cristianesimo porta al mondo. Quel Dio di cui tutti hanno bisogno per vivere ci è venuto incontro. Così la vita può cambiare grazie all’incontro che Dio ha voluto vivere con noi. Questo rende possibile il cambiamento di una vita: la grazia di un incontro.
Il MEC: luogo dell’amicizia con Cristo e tra di noi
Sono cose belle, ma l’uomo dimentica anche le cose belle. Allora come fare a proteggere e a far crescere la novità di un’amicizia che ti è stata donata? Dove vive questa speranza? La speranza vive, è custodita e cresce in una compagnia ecclesiale: cioè in un’ amicizia reale cristiana. L’amicizia reale cristiana che noi abbiamo avuto in eredità come dono si chiama Mec (Movimento Ecclesiale Carmelitano). Se decidi di rimanere qui, ricordati del primo passo dell’amicizia di Dio con te; è perché tu viva, per non perderti che il Padre ha mandato suo Figlio; ed è per non perdere Cristo che Dio ti ha dato questa storia. Se ci dimentichiamo di questa catena, la nostra amicizia durerà finché ne ho voglia. Se invece il cemento, il legame della nostra amicizia è Cristo, allora la nostra amicizia è più forte di tutto, diventa una vera appartenenza: cioè persone in comunione, ‘persone dentro’, diceva la canzone di Gaber. Il cambiamento diventa possibile se comincia da noi. Questa amicizia deve prenderci per mano e in forza della nostra libertà può cambiarci pazientemente in tutto (intelligenza, affettività, tempo, soldi, progetti, vocazione…). La domanda fondamentale è: ‘Signore, amico mio, cosa vuoi da me? Come posso costruire una vita degna della tua amicizia?’. Se uno chiede questo al Signore onestamente, il Signore gli risponde. Ieri sera, uno dei miei giovani frati, nella testimonianza della sua vicenda vocazionale ci raccontava come in un impeto di gioia e di gratitudine, ha detto al Signore: “Signore, voglio essere sempre con te” . . . e si è ritrovato frate, ed è contento. La domanda a Dio ‘Come posso esserti amico?’ è la forza della nostra amicizia e in nome della libertà io sto in questa amicizia. Stiamo insieme per imparare a custodire questa amicizia perché diventi totalizzante e faccia diventare bella tutta la nostra vita. “Vivere il rischio di amarlo” (Bersacchi). E’ un rischio amare Cristo, certo, perché lì comincia l’avventura vera della vita, che ti libera dalla tua solitudine e ti mette in comunione, in amicizia con Lui e con tutti. Vivere il rischio di lasciarci amare e di amarlo insieme e volentieri!
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