di P. Antonio Maria SICARI

Giovanni de Yepes nacque in Spagna, nel paesino di Fontiveros, nel 1542. A 24 anni, appena ordinato sacerdote, ebbe la fortuna di incontrare la grande Teresa d'Avila, che lo convinse a iniziare con lei la riforma del ramo maschile del Carmelo, fondando un piccolo convento a Duruelo, in estrema e dolce povertà. Erano tempi difficili e Giovanni, ingiustamente accusato di disobbedienza, fu imprigionato nel carcere conventuale di Toledo. Ma proprio qui, tra indicibili sofferenze, Dio lo ricolmò di particolari grazie mistiche che egli cercava di esprimere in poesia. Nascevano così alcuni dei più bei poemi d'amore della lingua spagnola. Le strofe del Cantico espiritual – così simili al biblico Cantico dei cantici – sono quelle più note. Solo con una rischiosa fuga Giovanni riuscì a riconquistare la libertà, ritrovando nell'esperienza sofferta la chiave per esprimere la dottrina che Dio gli aveva dettato dentro: la fuga nella notte alla ricerca dell'Amato, la faticosa salita del Monte per raggiungere la luce e l'amore. Una dottrina con cui, senza nemmeno saperlo, Giovanni rispondeva ai più drammatici interrogativi che Lutero aveva posto alla Chiesa. Divenuto educatore di frati e monache, Giovanni cercò poi ripetutamente di sistematizzare la sua dottrina in trattati spirituali nei quali commentava i suoi stessi poemi: opere che gli meriteranno il titolo di "Dottore della Chiesa". Sul finire della vita – ancora purificata da incomprensioni e maltrattamenti – Giovanni compose l'ultimo poema sul mistero dell'amore trinitario e l'ultimo commento, la Fiamma d'amor viva, toccando vertici poetici e profondità ineffabili. Morì a Ubeda il 14 dicembre 1591 e fu canonizzato nel 1726. Altri santi. Venanzio Fortunato (VI sec.); beata Francesca Schervier, fondatrice (1819-1870). Letture. «Io sono il Signore e non ce n'è un altro!» (Isaia 45,6-8.18-25); «Il Signore annuncia la pace» (Salmo 84); «Ai poveri è annunciata la buona novella» (Luca 7,19-23). Ambrosiano. Ezechiele 37,15-22; Salmo 88; Osea 11,7-11; Matteo 22,23-33.

(Tratto da Avvenire)

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