
Ripensando ai tre giorni trascorsi con gli universitari a Pietralba, che di “rumore” ne hanno fatto e molto, anche adesso che tutto sembra più calmo e silenzioso - e quindi anche più facilmente valutabile - l’impressione che resta nel cuore è che qualcosa sia davvero accaduto. E, con questo, non c’è da pensare solo alla vivace evidenza di quei giorni, fatta di attività, riunioni e impegni; ma insieme, e soprattutto, a quello spirito di comunione, che ha voluto attraversare e come scandire l’intensa compagnia di quell’incontro, la sua preparazione e poi il suo seguito; e alla naturalezza, tutt’altro che scontata, con cui si sono armonizzati dei contenuti alti e preziosi, come quelli che P. Antonio ci ha regalato, con la presenza vitale e diversa di tanti universitari, con serate di allegria, teatro e musica, con prospettive nuove di un lavoro comune, che volevano sin da subito dare speranza a quell’inizio, perché potesse avere un futuro concreto.
Così, in quei giorni, ci siamo sentiti un po’ tutti - possiamo dirlo - come attori consapevoli “dentro” una storia vera, e non solo come comparse di un episodio isolato; come persone (nel senso più alto del termine) partecipi - nel loro piccolo “esserci” - della costruzione di un “pezzo nuovo d’umanità”; quell’umanità che, come non mai, poteva riscoprirsi accompagnata da quel “fiume d’anime” fatto di genitori, responsabili, amici, bambini e incontri nuovi, cioè da quella storia di volti, umile ma vera, che il nostro movimento da tempo va tracciando.
A Pietralba, dunque, mentre tutto questo accadeva, sembravano schiudersi orizzonti nuovi, interiori e pratici; orizzonti che raccontavano della meravigliosa necessità di un luogo in cui amarli, progettarli e viverli. E quel “movimento degli universitari”, più volte e con forza evocato dallo stesso P. Antonio, da progettare e animare all’interno dell’esperienza grande del MEC, cominciava ad assumere contorni più precisi. Quegli universitari che davvero hanno capito, che hanno capito ciò che è accaduto, dovranno allora avere anche l’entusiasmo, il coraggio e la concretezza per “entrare” nella vita, nelle facoltà e nelle loro comunità, con un desiderio nuovo di verità e bellezza. Avranno la responsabilità, insieme a coloro che li guidano, di non far morire quella gioia che è appena nata, ma di farla vivere nel tempo e negli spazi dell’impegno. Sapranno cioè, con la gratitudine e la forza dei vent’anni, “versare” la loro vita in Dio, convinti che in questo sta la felicità di un uomo: in una strada condivisa, in un cammino sicuro, in un “movimento” santo verso l’unica beatitudine.
Quella dell’Amore.
fr. Fabio Silvestri
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