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Supplizio di Tantalo
Durante il corso della terza meditazione P. Antonio approfondisce ulteriormente il tema della festa. Come a cerchi concentrici ciascuna di queste preziosissime riflessioni svelano il senso ultimo di quella festa finale chiamata Paradiso. I Santi hanno visto la santità di Dio entrare nel loro tempo, così anche noi siamo chiamati a rimettere in gioco la nostra esistenza a partire dallo stesso patrimonio spirituale di cui i santi si sono nutriti. “C’è festa, c’è santità – ricorda P. Antonio – se un po’ di eternità entra nel tempo”. Possiamo vivere il tempo, la nostra storia desacralizzando ogni istante della nostra vita, “pronti a sfruttare e a rovinare tutto”. Oppure, si può vivere come S. Francesco d’Assisi con lo sguardo buono e festoso rivolto verso tutto ciò che è stato creato da Dio. Si può vivere con la preoccupazione estetica del proprio corpo, oppure, come la piccola Teresa di Gesù Bambino, ci si può preoccupare del senso vocazionale da dare alla propria vita.

 

“Quando la grande festa finale è attesa, le feste normali sono vissute; quando la grande festa scompare all’orizzonte le feste normali si svuotano! Dobbiamo renderci conto che noi viviamo in un tempo storico in cui è accaduto qualcosa che non era mai accaduto prima: la perdita di fiducia nella grande festa. Gli antichi pensavano la festa con delle immagini che richiamavano il passato (il sogno dell’età dell’oro, per esempio). La felicità era un passato lontanissimo. Con l’Incarnazione di Cristo è entrata nella storia la promessa di una felicità, di una età dell’oro che è davanti la vita dell’uomo e verso cui l’uomo è orientato. Cristo regalerà alla storia, con la sua Resurrezione, la certezza della festa e della felicità” (P. Antonio Sicari). L’uomo così, da quel momento, vive cristianamente la verità di quella promessa ponendosi alla sequela di Cristo, per ascendere verso Dio.

 

Ad un certo punto però, quando la modernità irrompe nella storia con il carico delle proprie ideologie, il senso cristiano della speranza e della sequela di  Cristo viene in qualche modo ferito. “Gli uomini dicono: che bisogno abbiamo di pensare Dio e il Paradiso? Cristo è un’idea per dire buono! L’uomo, invece, si divinizzerà con le sue forze! La forza della ragione, della scienza, con la tecnica e il progresso. Il secolo scorso, secolo delle grandi utopie, aveva messo a tema il progetto dell’avvenire. Tali ideologie sono però crollate tutte e al loro posto è subentrata la paura! La paura del futuro” (P. Antonio).

 

Il buon Dio ci regalerà, però, un Papa le cui parole all’inizio del suo pontificato furono: “Non abbiate paura!”

 

“Non abbiate paura di dare il vostro tempo a Cristo! Sì, apriamo a Cristo il nostro tempo, perché egli lo possa illuminare e indirizzare. Egli è Colui che conosce il segreto del tempo e il segreto dell'eterno, e ci consegna il «suo giorno» come un dono sempre nuovo del suo amore. La riscoperta di questo giorno è grazia da implorare, non solo per vivere in pienezza le esigenze proprie della fede, ma anche per dare concreta risposta ad aneliti intimi e veri che sono in ogni essere umano. Il tempo donato a Cristo non è mai tempo perduto, ma piuttosto tempo guadagnato per l'umanizzazione profonda dei nostri rapporti e della nostra vita” (Dies Domini, 7).

 

Durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Giovanni Paolo II ribadì ancora:

 

“Uno dei maggiori paradossi del nostro tempo è che l'uomo, il quale ha iniziato il periodo che chiamiamo della "modernità" con una fiduciosa asserzione della propria "maturità" ed "autonomia", si avvicina alla fine del secolo ventesimo timoroso di se stesso, impaurito da ciò che egli stesso è in grado di fare, impaurito dal futuro. In realtà, la seconda metà del secolo ventesimo ha visto il fenomeno senza precedenti di un'umanità incerta riguardo alla possibilità stessa di un futuro, data la minaccia della guerra nucleare. Quel pericolo, grazie a Dio, sembra essersi allontanato, - ed occorre rimuovere con fermezza, a livello universale, quanto lo può riavvicinare, se non riattivare - ma rimane tuttavia la paura per il futuro e del futuro” (Giovanni Paolo II, Discorso alla cinquantesima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ottobre 1995).

 

E in occasione dell’ultimo viaggio in Polonia:

 

“Il ventesimo secolo, nonostante indiscutibili successi in molti campi, è stato segnato, in modo particolare, dal "mistero dell'iniquità". Con questa eredità di bene ma anche di male, siamo entrati nel nuovo millennio. Davanti all'umanità si aprono nuove prospettive di sviluppo e, nel contempo, pericoli finora inediti. Sovente l'uomo vive come se Dio non esistesse, e perfino mette se stesso al posto di Dio. Si arroga il diritto del Creatore di interferire nel mistero della vita umana. Vuole decidere, mediante manipolazioni genetiche, la vita dell'uomo e determinare il limite della morte. Respingendo le leggi divine e i principi morali, attenta apertamente alla famiglia. In vari modi tenta di far tacere la voce di Dio nel cuore degli uomini; vuol fare di Dio il "grande assente" nella cultura e nella coscienza dei popoli. Il "mistero dell'iniquità" continua a segnare la realtà del mondo. Sperimentando questo mistero, l'uomo vive la paura del futuro, del vuoto, della sofferenza, dell'annientamento. Forse proprio per questo è come se Cristo, mediante la testimonianza di un'umile suora, fosse entrato nei nostri tempi per indicare chiaramente la fonte di sollievo e di speranza che si trova nell'eterna misericordia di Dio. Bisogna far risuonare il messaggio dell'amore misericordioso con nuovo vigore. Il mondo ha bisogno di quest'amore. È giunta l'ora di far giungere il messaggio di Cristo a tutti: specialmente a coloro la cui umanità e dignità sembrano perdersi nel mysterium iniquitatis. È giunta l'ora in cui il messaggio della Divina Misericordia riversi nei cuori la speranza e diventi scintilla di una nuova civiltà:  della civiltà dell'amore. La Chiesa desidera annunziare instancabilmente questo messaggio, non solo con fervide parole, ma con una sollecita pratica della misericordia. Per questo ininterrottamente indica stupendi esempi di persone che, nel nome dell'amore di Dio e dell'uomo, "sono andate ed hanno portato frutto". […] Quando una rumorosa propaganda di liberalismo, di libertà senza verità e responsabilità, si intensifica anche nel nostro Paese, i Pastori della Chiesa non possono non annunciare l'unica e infallibile filosofia della libertà che è la verità della Croce di Cristo” (Giovanni Paolo II, Polonia agosto 2002).

 

Il nostro desiderio di felicità porta in sé i segni contraddittori del “supplizio di Tantalo”.  Ricchissimo sovrano re della Frigia, Tantalo per una serie di torti commessi nei confronti degli dei venne severamente punito. Fattolo precipitare nel Tartaro fu condannarono dalle divinità a patire in eterno la fame e la sete stando immerso in un lago e sotto un albero di frutta senza poter mai raggiungere né l’acqua né la frutta che al suo protendersi si allontanavano.

 

Ulisse incontra Tantalo negli Inferi: “Vidi Tantalo, che pene gravose soffriva ritto dentro uno stagno: l'acqua lambiva il suo mento. Pareva sempre assetato e non poteva attingere e bere: ogni volta che, bramoso di bere, quel vecchio si curvava, l'acqua risucchiata spariva, la nera terra appariva ai suoi piedi. Un dèmone la prosciugava. Alberi dall'alto fogliame gli spargevano frutti sul capo, peri e granati e meli con splendidi frutti, fichi dolcissimi e piante rigogliose d'ulivo: ma appena il vecchio tendeva le mani a sfiorarli, il vento glieli lanciava alle nuvole ombrose” (Odissea XI 582-92).

 

“Oggi il mondo ha modificato il supplizio di Tantalo in questo modo: hai sete? Ecco per te dei beni! Ma devi fare in fretta per afferrarli, poiché immediatamente dopo averne ottenuto uno il mondo te ne pone davanti altri cinque e poi dieci e così via. La vita diventa così paradossalmente sempre un desiderio insoddisfatto, mentre dall’altra parte del mondo c’è chi non ha nemmeno il pane per mangiare! Dobbiamo ripensare il significato del mondo, il significato della vita e dell’uomo così come Dio lo aveva immaginato. Dio non ha immaginato per l’uomo un supplizio di Tantalo; Dio ha immaginato un uomo capace di crescere e di costruire la civiltà dell’amore e della ricca povertà cristiana dove il valore dei beni è nel bene che hanno dentro” (P. Antonio).

 

M.N.

 

 

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