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Teresa del Bambin Gesù

 

LA PREGHIERA DI S. TERESA DEL B. G.

di P. Antonio Maria Sicari, o.c.d.

 

S. Teresa di Lisieux è stata proclamata Dottore della Chiesa perché ha insegnato una sua particolare “scienza dell’amore”: quella di trattare Dio come fanno quei bambini che si lasciano custodire dai loro genitori, senza sottrarsi capricciosamente, ma assecondando quell’amore che li fa crescere. E’ l’esperienza dell’«infanzia spirituale»: quella del cristiano che impara a diventare adulto nel mondo (senza infantilismi), ma restando sempre “piccolo”, sempre “figlio” davanti a Dio Padre e davanti alla Chiesa, sua Madre. Di conseguenza Teresa non percepisce la preghiera come uno sforzo per protendersi verso l’alto, quasi nel tentativo orgoglioso di raggiungere Dio, ma come uno slancio fiducioso, sempre più intenso, del cuore. «Per me – scrive nella sua  Storia di un’Anima –  la preghiera è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo gettato verso il cielo, è un grido di riconoscenza e d’amore, in mezzo alla prova come in mezzo alla gioia, infine è qualcosa di grande, di soprannaturale, che mi dilata l’anima (Ms C 25 r). Ma anche queste parole – che il Catechismo della Chiesa Cattolica riporta proprio quando introduce la sezione dedicata alla «preghiera cristiana» – non devono farci pensare a un clima di continuo entusiasmo spirituale. Teresa non ha avuto paura di raccontare le sue difficoltà nella preghiera, spesso legate alla salute malferma e alle notti insonni che si facevano poi sentire nelle distrazioni e negli assopimenti che la prendevano durante le ore di meditazione. Reagiva umilmente, ricorrendo alle umili preghiere vocali e alla lettura del Vangelo o della sua cara Imitazione di Cristo, senza irrigidirsi né colpevolizzarsi. Si diceva che “i bambini piacciono ai loro genitori, sia quando sono svegli che quando dormono”. E quando le chiesero di affrescare la parete attorno al tabernacolo, tra i tanti angioletti adoranti, ne dipinse anche uno addormentato. L’amore, però, c’era tutto intero, perché Teresa non si sottraeva mai, non abbandonava mai il suo posto, per stanchezza o scoraggiamento; era sempre là dove Gesù voleva vederla: con fedeltà, con generosità, con tenacia, con fede irremovibile.

Anche il motivo della sua preghiera era interamente gratuito: non pregava per sentirsi bene, né per aver la soddisfazione del dovere compiuto, né per acquistarsi dei meriti: pregava per la Chiesa. Aveva imparato da brava carmelitana, figlia di S. Teresa d’Avila, che tutte le preghiere devono servire all’intero corpo ecclesiale, soprattutto per dare un materno e fraterno sostegno ai sacerdoti, sempre esposti nella loro missione apostolica: «Oh Madre, – scriveva Teresa alla sua Priora – come è bella la vocazione che ha per scopo di conservare il sale destinato alle anime! E’ la vocazione del Carmelo, perché il fine unico delle nostre preghiere e dei nostri sacrifici è d’essere apostole degli apostoli, pregando per loro mentre essi evangelizzano…» (Ms A, 56 r-v). Benché Teresa sentisse il suo cuore divorato dalla passione missionaria, il fatto che tutta la sua vita scorresse nella clausura di un monastero non  la impensieriva affatto. Da ragazza aveva fatto l’esperienza che era possibile perfino salvare un assassino condannato a morte – impenitente fin quasi sul patibolo – solo mettendosi ai piedi di Cristo con insistenza adorante. Non dubitava affatto che le sue preghiere potessero raggiungere – con la grazia di Dio – innumerevoli anime. La Chiesa lo avrebbe, in seguito riconosciuto, proclamandola “Patrona delle missioni”. La certezza le veniva da una persuasione incrollabile: quella d’essere collocata proprio nel cuore della Chiesa, là dove sgorga il sangue che vivifica l’intero corpo ecclesiale. In quel cuore aveva deciso “d’essere l’Amore”. E adempiva al suo compito con ogni parola, ogni gesto, ogni gioia, ogni sofferenza, ogni speranza. In tal modo l’intera esistenza diventava preghiera. Teresa ne parlava come di uno sguardo d’amore che la Sposa deve rivolgere allo Sposo. E siccome lo Sposo suo era Gesù, egli meritava uno sguardo continuo, mai distratto. Lo sguardo di Teresa andava soprattutto al Volto Santo di Cristo, e si faceva compassionevole al pensiero delle troppe sofferenze che Egli continua a patire per nostro amore. Negli ultimi anni portava sempre sul cuore una immagine del Volto Santo sulla quale aveva scritto: “Gesù, fa’ che io ti rassomigli!”. La più celebre preghiera composta da Teresa di Lisieux è un “Atto d’offerta all’Amore Misericordioso”. Eccone alcune espressioni: «O mio Dio, Trinità Beata, io desidero Amarti e farti Amare (…). Desidero essere Santa, ma (…) ti domando, o mio Dio, di essere tu stesso la mia Santità! (…). Ti supplico di guardarmi soltanto attraverso il Volto di Gesù e nel suo Cuore ardente d’Amore (…). Voglio lavorare per il tuo solo Amore, con l’unico scopo di farti piacere, di consolare il tuo Sacro Cuore e di salvare anime che ti ameranno eternamente. Alla sera di questa vita, comparirò davanti a te a mani vuote, perciò non ti chiedo, Signore, di contare le mie opere. Voglio ricevere dal tuo Amore il possesso eterno di Te stesso. Allo scopo di vivere in un atto di perfetto Amore, mi offro come vittima al tuo Amore misericordioso, supplicandoti di consumarmi senza posa, lasciando traboccare nella mia anima le onde d’infinita tenerezza che sono racchiuse in te (…). Voglio, o mio Amato, ad ogni battito del cuore rinnovarti questa offerta un numero infinito di volte, fino a che, svanite le ombre, possa ridirti il mio Amore in un “faccia a faccia” eterno! ». Sul finire della sua vita, Gesù le chiese una preghiera ancora più intensa e diversa: le fece esperimentare la lontananza di coloro che vivono nelle tenebre del peccato e dell’incredulità. Nell’apparente silenzio di Dio – avvolta da sofferenze indicibili, anche a causa della malattia che le devastava i polmoni – Teresa continuò a guardarLo con amore e a parlarGli con amore, intensificando anzi le sue espressioni e le sue tenerezze. Morì a ventiquattro anni, sospirando: «Mio Dio, io vi amo!».

 

  

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