
Il 16 ottobre scorso la Chiesa ha ricordato il 29° anniversario dell’elezione di Karol Wojtyla alla Cattedra dell’apostolo Pietro. I suoi ventisei anni di pontificato hanno lasciato alla Chiesa e al mondo una eredità di magistero, di pensiero teologico e di personale testimonianza che per molti anni sarà oggetto di studio e di riflessione.
Tra la sconfinata quantità e varietà di tematiche che hanno segnato il suo ministero, quella della donna, o se si vuole della «questione femminile», occupa un posto di assoluto rilievo. E questo per due ragioni: la prima per la modalità e i tempi con cui egli ha affrontato la tematica, la seconda per il contenuto. Per quanto riguarda il modo è necessario ricordare che il tema della donna, e quello ad esso correlato dell’amore umano, non è stato un tema che egli ha affrontato episodicamente, o per una sorta di tributo da pagare alla piazza particolarmente sensibile alla «questione femminile». Il tema della donna compare assai frequentemente nella lucida e penetrante analisi dell’amore umano, che si legge in Amore e responsabilità, testo pubblicato da Karol Wojtyla nel 1960 quando era vescovo ausiliare di Cracovia. Allo stesso anno risale l’originale riflessione sull’amore che è La bottega dell’orefice, uno dei suoi più noti drammi teatrali che più tardi troverà anche una trasposizione cinematografica.
Una volta eletto pontefice, la sua attenzione al tema della donna si farà ancora più insistente. Nel 1988 dedicherà ad essa la lettera apostolica Mulieris dignitatem, il cui contenuto è specificato fin dal sottotitolo: «sulla dignità e vocazione della donna». Nel 1995 sarà la volta di due altri importanti testi del suo magistero: il messaggio per la Giornata Mondiale di preghiera per la Pace dal titolo La donna educatrice di pace e la commossa Lettera alle donne. Nell’ottobre 1999 proclamerà tre donne compatrone d’Europa: Caterina di Siena, Brigida di Svezia e Edith Stein, la monaca carmelitana uccisa nel campo di sterminio di Auschwitz nell’agosto 1942. Infine domenica 12 marzo 2000, in occasione della grande richiesta di perdono, a nome di tutta la Chiesa Giovanni Paolo II chiederà perdono alle donne per tutte le offese loro recate lungo i secoli, anche da parte di molti cristiani.
Quanto al contenuto, la riflessione di Karol Wojtyla sulla donna non è che l’appassionata esplicitazione di una felice espressione della sua Lettera alle donne e cioè del «genio della donna», un «genio» complementare a quello dell’uomo; un «genio», di cui tanto i singoli individui quanto la stessa società, si sono spesso dimenticati; un «genio» molte volte svilito e soffocato nel sopruso, nell’emarginazione e nella violenza patite da moltissime donne di ogni condizione sociale e religiosa nei più diversi contesti storici e geografici, un «genio» che appartiene a tutte le donne «semplici che esprimono il loro talento femminile a servizio degli altri nella normalità del quotidiano» e non solo ad alcune «grandi e famose vissute nel passato o nostre contemporanee».
Per Giovanni Paolo II il riconoscimento e la promozione del «genio della donna» non si configura come una forma di tardivo risarcimento alle donne per i tanti torti subiti lungo la storia, ma anzitutto come l’affermazione della «vocazione» che la donna porta connaturata in sé. Nella Lettera alle donne, dopo aver elevato un appassionato rendimento di grazie alla donna nelle sue varie realizzazioni – madre, sposa, sorella, lavoratrice, consacrata – così concludeva: «Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani».
Dopo un’iniziale diffidenza anche una parte (seppur piccola) del movimento femminista non ha potuto che felicitarsi per quanto il pontefice ha scritto sulla donna. Parlando della donna Giovanni Paolo II non è certamente andato in cerca di un facile, e per questo effimero, consenso. Sapeva bene che le sue parole avrebbero scontentato parte dell’opinione pubblica femminile. Nel settembre 1984, durante il volo verso il Canada, al giornalista che gli chiedeva cosa avrebbe risposto a un gruppo di femministe canadesi, che aveva preannunciato delle manifestazioni di protesta nei suoi riguardi, rispose: «Io rispondo sempre questo: che mi sono simpatiche tutte le persone». «Anche queste signore?» ribatté il giornalista. «Sì, molto simpatiche!», soggiunse il pontefice. Poi così concluse: «Per le persone bisogna avere questo amore. Ma dall’altra parte si deve dire la verità: amicus Plato, sed magis amica veritas, questo si diceva già dai filosofi greci».
P. Aldino Cazzago
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