Breve «metodo carmelitano» per la preghiera mentale
di P. Antonio Maria Sicari

Chi non è abituato alla preghiera mentale, insegnata da S. Teresa d’Avila, all’inizio trova molta difficoltà, soprattutto perché non sa bene quale metodo seguire. Vale la pena sapere che, fin dai primi tempi, gli autori carmelitani hanno esperimentato e insegnato un metodo molto semplice, adatto soprattutto ai principianti. Si tratta di distribuire il tempo dell’orazione in 6 parti, sulle quali soffermarsi successivamente, dando tuttavia molto più spazio alla parte principale (la terza). Ma il metodo non è rigido, dato che questa «parte principale» può benissimo assorbire tutto in sé.
1) LA PREPARAZIONE
Non ci si può mettere a contatto con Dio passando improvvisamente dalla distrazione al colloquio. Occorre “prepararsi”, “disporsi”. C’è una preparazione remota che consiste nel coltivare abitualmente quei tre atteggiamenti fondamentali di cui parla S. Teresa: l’umiltà che mantiene sempre desta in noi la coscienza che «tutto è dono», il desiderio di «cose grandi» (della santità, soprattutto) e la carità con la quale ci educhiamo alla «comunione con il prossimo» per essere più pronti alla «comunione con Dio». C’è quindi la preparazione immediata che consiste nel raccogliersi in silenzio, mettendosi alla presenza dell’infinita grandezza di Dio, adorandolo e confessandogli la nostra povertà e i nostri peccati, offrendogli il nostro «niente», consapevoli tuttavia del suo infinito amore di Padre.
2) LA LETTURA
Si tratta di trovare un «argomento» che aiuti a pregare. La cosa migliore è cercarlo nella Sacra Scrittura, o in qualche altro testo adatto che ci offra un buon argomento di preghiera. In certi casi si può usare anche un’immagine che richiami il mistero su cui vogliamo meditare o ci rappresenti la persona di Gesù e della sua Santissima Madre. La lettura può essere supplita anche dalla memoria che richiama alla mente quelle «verità» su cui si vuole «pregare». E’ bene scegliere un argomento che si adatti alla nostra situazione spirituale (stati d’animo, esperienze che si stanno vivendo, ricorrenze liturgiche, particolari avvenimenti in cui ci troviamo coinvolti). La «lettura» –o un’esperienza analoga– non deve essere protratta per curiosità, ma deve durare quanto basta perché l’orante abbia un buon «materiale di preghiera» che gli accenda in cuore una qualche scintilla d’amore per il suo Dio e Salvatore, e per i suoi doni. Alla «lettura» si può tornare nuovamente nel corso della preghiera, quando ci si accorge d’essersi distratti, per richiamare l’anima all’argomento del suo dialogo con Dio. La lettura può essere supplita anche da una “preghiera vocale” (Padre nostro, Ave Maria) recitata lentamente e riflettendo sulle parole che si pronunciano.
3) LA PREGHIERA MENTALE propriamente detta.
Questa terza parte deve occupare quasi tutto il tempo dell’orazione. Essa potrebbe bastare da sola e potrebbe assimilare in sé tutte le altre parti (e così accadrà man mano che si acquisterà familiarità col Signore e si avrà l’abitudine alla preghiera mentale). Eccone la descrizione:
– Si comincia con l’usare l’immaginazione per «rappresentarsi», dentro di sé, il mistero che vogliamo meditare (ad esempio: un episodio evangelico), fissando soprattutto la persona di Gesù. Ciò serve a bloccare la fantasia che altrimenti divagherebbe. Non bisogna perdere molto tempo in questo, né scivolare in fantasticherie. L’importante sarà che Gesù si «ri-presenti» alla nostra anima e che noi ci teniamo«alla Sua presenza» (“guardiamo Lui che ci guarda”, “ascoltiamo Lui che ci parla”, ci immedesimiamo nell’episodio che è “raccontato per noi”…).
– Poi bisogna soffermarsi un po’ nella riflessione. Bisogna, cioè, riflettere sul mistero che vogliamo “meditare”, quel tanto che basta per comprendere l’amore che Dio ci porta e quello che si attende da noi.
– Al più presto deve cominciare il «colloquio affettivo» che è il vero cuore della preghiera. Non bisogna aver paura di lasciar parlare il Signore e di risponderGli. All’inizio avremo l’impressione (psicologica) di essere noi stessi a fare quasi tutte e due le parti: prima mettendo in bocca al Signore le parole che vuole dirci e poi rispondendogli , ma pian piano ci accorgeremo che è il Signore a suggerirci ciò che vuol dirci, a illuminarci, a comunicarci la sua grazia. Basterà tenerLo sempre davanti a noi, nella fede che Egli è veramente presente ed è Lui a condurre il rapporto con noi.
Pian piano, quel che all’inizio ci potrà sembrare un po’ artificiale si purificherà; il dialogo stesso avrà bisogno di sempre meno parole e si semplificherà in una attenzione amorosa che avrà soltanto due movimenti: l’amare e il sentirsi amati, scambiandosi espressioni d’amore.
4) IL RINGRAZIAMENTO
Da questo momento in poi la distinzione delle parti è artificiale, nel senso che tutto ciò che segue fa ancora parte del colloquio amoroso. Tuttavia le distinguiamo per ricordare ciò che in un vero «dialogo d’amore» non bisogna mai dimenticare. In primo luogo dunque non bisogna dimenticare di manifestare a Dio la nostra gratitudine per tutti i doni che Dio ci fa e che ci sta facendo nello stesso momento in cui Lo preghiamo e abbiamo la grazia di poter passare con Lui un po’ di tempo.
5) L’OFFERTA
Un dialogo d’amore tende di sua natura al dono. E non c’è nulla di più gradito a Dio che “il dono di noi stessi”. L’offerta di sé è perciò il culmine della preghiera. Tuttavia sarà sempre utile legare questa «offerta» a qualche cosa di particolare che testimoni la verità del nostro dono: un proposito, dunque, di dare a Dio “qualcosa” che, nella nostra vita quotidiana, dovrebbe essere meglio orientato a Lui. In seguito, ogni volta che si tornerà a pregare, l’avere o no mantenuto il «proposito» (o l’offerta) farà naturalmente parte del nuovo dialogo con Dio.
6) LA DOMANDA
Allo stesso modo, un dialogo affettuoso col Signore non può concludersi senza che gli domandiamo ciò che più ci sta a cuore. Il nostro Dio è contento se gli chiediamo quelle grazie di cui sentiamo la necessità: sia quelle che avevamo in cuore ancor prima di cominciare a pregare, sia quelle che la preghiera ha messo in particolare evidenza. La domanda deve essere assieme “intensa” (nella fede che l’Amore non ci negherà nulla di quanto ci è utile) e “abbandonata”, cioè: lasciando l’esaudimento alla saggezza del nostro Dio.
Così l’orazione può essere conclusa.
Restano due problemi:
a) Tentare di prolungare nella giornata il clima di questa preghiera, e ciò sarà possibile se, durante la giornata, richiameremo spesso alla mente qualche pensiero tra quelli che abbiamo “meditato” e riaccenderemo spesso nel cuore il nostro amore per Dio, richiamando qualche “espressione affettuosa” che abbiamo usato nella preghiera.
b) Restare con la domanda: come è possibile compiere tutti gli “atti” descritti sopra in appena un quarto d’ora di tempo? Tanto più che dobbiamo soffermarci a lungo sulla parte centrale!…
Si tratterà di attendere che questo disagio ci spinga a dedicare alla preghiera più tempo.
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