
Da dieci giorni la popolazione di Yangon, capitale del Myanmar (l'ex Birmania), subisce gli attacchi militari del regime birmano. Si spara sulla folla senza esitazione (10 i morti fino ad ora), molti monasteri buddisti sono stati presi d’assalto dall’esercito durante la notte, 200 i monaci arrestati (una piccola porzione dei religiosi scesi in piazza per protestare pacificamente). «Perquisizioni, stanza per stanza», sono in corso in alcuni hotel del centro di Yangon nel tentativo di stanare i reporter stranieri e quanti cercano di raccontare l’evento sanguinoso di questi giorni.
AsiaNews racconta: «Oltre il 25% dei 56 milioni di abitanti del Myanmar vive con meno di un dollaro al giorno e gli aumenti del prezzo della benzina (+500% nell’ultimo mese) hanno scatenato le proteste. Eppure il Paese ha giacimenti di gas equivalenti a 600 di milioni di barili di greggio e assai ambiti da Cina, Russia, India e dagli altri Stati. Manca l’elettricità, anche nelle città di media dimensione, dove spesso arriva solo per pochissime ore al giorno. Da quando la giunta militare al governo si è spostata nella nuova capitale Naypyidaw (costruita nel folto della giungla con il lavoro di schiavi), ora anche Yangon rimane spesso al buio. Manca l’acqua corrente: Ko Myint Oo, abitante di Dala subito fuori Yangon, racconta che “occorre fare un’ora di fila per prendere dal lago due secchi d’acqua per bere”.[…] Il sistema sanitario assiste solo chi può pagare; tubercolosi, malaria e Aids sono diffusi. Il sistema scolastico è quasi inesistente in molte zone: in villaggi come Leat Pan Gyunt, a sud di Sittwe, la scuola locale consiste in una sola stanza per tutte le otto classi elementari e medie e la cattedra è fatta di tavole di legno sopra due pile di mattoni. Per prevenire econtrollare le proteste degli studenti, la giunta ha spostato l’università di Yangon in zone fuori della città. Sean Turnell, professore dell’università Macquarie in Australia, spiega che “la classe media sta vendendo tutto quanto possiede solo per poter sopravvivere. La gente non può nemmeno andare a lavorare, perché non può permettersi il costo del biglietto dell’autobus”. “Da tempo la gente vive al limite della sopravvivenza. Ora l’aumento del carburante ha spinto la popolazione oltre questo limite”.
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