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Elisabeth Catez

 

Elisabeth Catez nacque il 18 luglio 1880 nel Campo militare d'Avor presso Bourges (Francia). Quello stesso anno le morirà il papà.  Il 19 aprile 1890 ricevette la Prima Comunione e nel 1894 emise il voto di verginità. Sentendosi chiamata alla vita religiosa chiese alla madre il permesso di poter entrare al Carmelo. Questa le oppose un netto rifiuto, fino a quando - su continue richieste di Elisabetta - non fu costretta a cedere  a condizione però che vi entrasse al compimento della maggiore età. Il 2 agosto 1901 entrava nel Carmelo di Digione dove l'8 dicembre 1901 vestì l'abito religioso. L'11 gennaio 1903 emise la Professione religiosa e il 21 gennaio dello stesso anno compì la cerimonia della velazione monastica. I restanti cinque anni della sua vita religiosa furono una continua ascesa verso Dio il quale purificò la sua anima con sofferenze spirituali e fisiche. Morì a 26 anni il 9 novembre 1906.

 

Dopo questa breve nota biografica, vale la pena sottolineare che Elisabetta aveva una sensibilità musicale particolarmente spiccata. Cominciò a suonare il pianoforte fin da piccola e in pochi anni riuscì a raggiungere un livello tale di preparazione che la portò a vincere, a soli 13 anni, un importante Concorso pianistico. Elisabetta passava diverse ore della sua giornata al piano e chi la ascoltava rimaneva colpito dalla sua straordinaria sensibilità. Ecco una delle tante testimonianze: “C’era qualcosa che emanava da lei, qualche cosa che veniva dalle profondità del suo essere e che lei traduceva nel suo modo di suonare, ed effondeva musica umanamente, naturalmente, ma anche soprannaturalmente”. In occasione di un concerto così si esprimeva un giornale dell’epoca: “La signorina Catez, di soli 14 anni, ha suonato la seconda rapsodia di Liszt come una vera virtuosa, eseguendo il suo brano con una tale maestria che ha catturato tutta la sala”.

 

Abbiamo riportato alcune impressioni di chi ascoltava Elisabetta anche per sottolineare come ogni atto artistico implichi uno spettatore. L’arte è comunicativa per sua natura e lo spettatore non è semplicemente un elemento accidentale dell’atto artistico. Può accadere a volte che lo spettatore condizioni troppo l’esecuzione dell’artista, a tal punto che questa è misurata unicamente dalle sue attese. Altre volte invece l’arte può ridursi solo a espressione individuale dei propri stati d’animo. Credo che l’arte raggiunga la sua pienezza quando queste due dimensioni - l’espressione di sé e la comunicazione con lo spettatore - si uniscono in un solo movimento.

 

Ma che cosa accade quando lo spettatore principale, colui per il quale si esegue, è Dio stesso? E’ questa l’esperienza di Elisabetta: esperienza spirituale certo, ma anche artistica. Così scriveva ad una ragazza intimorita di dover suonare in un concerto: “Ecco il mio segreto: è necessario che dimentichi tutti coloro che ti ascoltano e che ti senta sola con il Maestro divino: allora è solo per Lui che si suona con tutta l’anima, e che si sanno trarre dallo strumento accordi puri, e a un tempo possenti e dolci. Oh, quanto mi piaceva parlarGli così!”.

 

Alla mamma che aveva giudicato solamente ‘passabile’ una sua esecuzione, nella preoccupazione che lei non si inorgoglisse, aveva risposto senza discutere: “Un’altra volta mi applicherò maggiormente”. Ma poi ad un’amica aveva espresso la sua delusione: “Avrei voluto che fosse perfetta, perché suonavo per Dio”. In questo desiderio di perfezione è già contenuta tutta la vocazione di Elisabetta. Quando infatti entrando al Carmelo non potrà più suonare e non avrà più un pubblico ad ascoltarla, la verità essenziale del suo essere musicista – suonare per Dio – continuerà ancora più profondamente. Anzi ora è lei lo strumento nelle mani dell’Artista Divino per trasformarsi in una Lode alla Trinità. Così si esprimeva: “Una Lode di gloria è un anima di silenzio che si mantiene come una lira sotto il tocco misterioso dello Spirito Santo, perché ne faccia uscire delle armonie divine”.

 

“Lode di Gloria” è il nome con cui firmerà i suoi ultimi scritti, come la scoperta della sua vera identità, che compie non solo la sua storia religiosa ma anche la sua vocazione artistica come in un’unica parabola. Così testimonia una consorella: “Negli ultimi istanti di vita teneva le mani come sulla tastiera di un pianoforte”.

 

P. Stefano Conotter o.c.d.

Presentazione al testo l’«Elevazione alla Trinità» musicata da Cecilia Vettorazzi. 

 

 

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