Rielaborazione grafica di Fabio Nones.

Rielaborazione grafica di Fabio Nones.
(avete mai visto una scimmia vergognarsi di essere nuda?)
Dal 7 aprile, al Museo Tridentino di Scienze Naturali è cominciata la mostra intitolata “La scimmia nuda. Storia Naturale dell’umanità”. Il titolo, chiaramente provocatorio, si rifà all’opera dello zoologo Desmond Morris, pubblicata nel 1967, e vuole mettere in evidenza un dato scientifico, recentemente dimostrato: più del 98% del nostro patrimonio genetico coincide con quello degli scimpanzé. Questo dato non mi spaventa affatto, e posso anche accettare che il titolo della mostra, per incuriosire e suscitare interesse lanci una provocazione un po’ paradossale.
Quello che invece mi ha molto colpito e che mi spinge a scrivere sono certe affermazioni apparse nell’articolo dedicato alla mostra apparso sul Trentino Mese di aprile. Scopro infatti con grande sorpresa che il titolo della mostra non vuole essere solo una provocazione, ma un’affermazione scientifica, anzi, qualcuno avrebbe proposto anche il titolo ancora più esplicito: “Il terzo scimpanzé”. Effettivamente sembra proprio che uno degli scopi della mostra sia proprio far passare l’idea che l’uomo non sarebbe altro che una scimmia senza il pelo, e giungere perfino ad ipotizzare, sulla scia di Jared Diamond che anche lo scimpanzé potesse entrare a far parte del genere homo.
A questo punto la faccenda merita una ampia e profonda riflessione per le conseguenze che una conclusione di questo tipo avrebbe sulla cultura e l’educazione, vista la massiccia partecipazione delle scuole all’iniziativa. Certamente ci sono persone molto più preparate di me che potrebbero intervenire, e qualcuno lo ha fatto già, ma permettete che dica anche la mia all’interno di un confronto rispettoso e civile.
Il fatto che il nostro patrimonio genetico quasi coincide con quello degli scimpanzé non ci autorizza a concludere che siamo come loro. Questo non per presunzione e orgoglio ma per una riflessione seria sul nostro essere.
L’esperienza che l’umanità ha sempre fatto in passato e che continua a fare anche adesso è quella di una insuperabile differenza fra noi e gli animali. Fra noi e loro c’è un salto ontologico invalicabile. Questa convinzione è testimoniata da documenti letterari antichissimi che ci testimoniano l’autocoscienza dell’uomo davanti agli animali. Mettendosi a confronto con essi l’uomo si sente corpo fra corpi, ma percepisce ancor più la solitudine della sua condizione. La solitudine originaria deriva dal fatto che l’uomo davanti alla bestia fa esperienza di essere ad un altro livello. Noi abbiamo un volto, gli animali un muso. Un muso non sarà mai un volto e anche il più deturpato dei volti non sarà mai un muso. Il volto è il luogo dello sguardo e della parola. Questa solitudine, viene superata solo con l’incontro con un altro volto, un altro essere umano differente ma della stessa dignità con il quale si può comunicare allo stesso livello. Solitudine vuol dire allora salto ontologico, insuperabile differenza. Questa esperienza che l’umanità ha fatto e continua a fare si vede in tante culture e civiltà del passato.
Ma se il nostro patrimonio genetico è quasi uguale a quello dello scimpanzé dove si colloca la nostra differenza? Certamente su un altro piano, ma non meno reale, un altro livello ontologico che non raggiungibile con l’indagine scientifica. L’uomo infatti non è solo il suo corpo, non è quello che mangia, come qualcuno afferma. C’è infatti un’altra dimensione. La presenza di questa dimensione si può cogliere con il ragionamento deduttivo, riflettendo sui segni che la sua presenza ci dà. Come si può spiegare attraverso reazioni chimiche ed elettriche del cervello la capacità di intendere e di volere che determina la nostra responsabilità? L’animale non si comporta nè bene né male, non ha colpe o responsabilità, segue semplicemente il suo istinto. La responsabilità è sempre dell’uomo. Come si può spiegare scientificamente il bisogno di dare un senso alla vita? Eppure questo per l’uomo è più importante della vita stessa, lo dimostrano i tanti suicidi di persone a cui materialmente non mancava niente. Come si spiega il senso dell’arte e del bello, il senso del giusto, del bene, il pudore (avete mai visto una scimmia vergognarsi di essere nuda?) come si spiega il senso dell’umorismo, e quella insoddisfazione radicale che ci spinge ad allargare sempre più i confini della nostra ricerca? Quando una mucca ha mangiato e bevuto e si sdraia sull’erba fresca a godersi il sole non gli serve altro, le sue esigenze sono limitate, pensate invece al profondo bisogno di felicità del cuore umano… Tutto ciò fa parte dell’esperienza umana da sempre. Questi segni indicano la presenza nell’uomo di qualcos’altro oltre il corpo, qualcosa che non si vede direttamente ma che è il fondamento della intangibile dignità della persona. Tante culture e civiltà concordano che l’uomo ha due dimensioni profondamente unite, una materiale e una spirituale. Essere al di sopra degli animali ed avere una responsabilità non è un ruolo che ci siamo attribuiti arbitrariamente, ma è una conseguenza che deriva dal nostro essere. Certamente la scienza non si interessa dello spirito perché questa realtà sfugge alle categorie di causa-effetto, non è verificabile direttamente. La scienza si occupa di capire come è fatto l’uomo, ma non di dirci chi è l’uomo. Ci fornisce ad esempio il dato del dna quasi uguale a quello dello scimpanzè, ma non tira nessuna conclusione. Perciò la conclusione che noi siamo solo una scimmia nuda non è scientifica ma ideologica. E’ una risposta riduttiva alla domanda: chi è l’uomo?. Questa risposta riduttiva implica il materialismo che è una filosofia, non scienza. Per rispondere infatti a questa domanda -dobbiamo tener conto non solo dei dati scientifici, ma anche di altri dati forniti dalla realtà sperimentata dall’umanità di tutti i tempi e di tutti luoghi.. Il dato scientifico sul dna va dunque accolto come contributo parziale di verità. La verità totale riguardo all’uomo va ben aldilà di questo. Altrimenti sarebbe come dire che i diamanti sono carbone solo perché hanno la stessa composizione chimica del carbone.
Inoltre vorrei che si riflettesse sul fatto che certe visioni riduttive dell’uomo rischiano di indebolire il rispetto dovuto all’infinita dignità della persona umana a tutti i livelli, dal concepimento alla morte naturale. Se l’uomo non è altro che un’animale un po’ più sviluppato non si vede perché lo si deve salvaguardare più della scimmia o del cane o del gatto. Se entrano anche gli scimpanzè nel genere homo, non sarà lontano il giorno in cui qualcuno proporrà di dare riconoscimento giuridico anche a coppie uomo-animale… come si chiameranno invece che DICO? forse CITA, dalla famosa scimmia di Tarzan? (non fa ridere).
Fabio Nones
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