LA CHIESA DI S. MARIA DELL’AMMIRAGLIO A PALERMO
di Rosario RIBBENE
Foto di Ignazio TESORO

Continua il nostro percorso alla riscoperta degli esempi più rappresentativi dell’architettura chiesastica della Sicilia. La nostra attenzione è rivolta adesso alla conoscenza della chiesa di S. Maria dell’Ammiraglio a Palermo – detta comunemente la «Martorana» - che rappresenta uno dei più significativi monumenti religiosi edificati a Palermo nel periodo della dinastia Altavilla (1130-1198).

S. Maria dell’Ammiraglio venne realizzata per conto di Giorgio di Antiochia - ammiraglio degli ammiragli del Regno di Sicilia, durante la reggenza di Ruggero II - a titolo di ringraziamento verso Maria Madre di Dio per la protezione concessagli nella sua attività marinara. La chiesa - edificata a partire dagli anni intorno al 1143 in poi su di un terrapieno in posizione dominante rispetto all’intorno urbano – durante le fasi costruttive vide l’alternarsi di più periodi di stallo delle attività di cantiere. La certezza che Giorgio d’Antiochia sia veramente stato il fondatore della chiesa è rintracciabile su un documento arabo-greco conservato nell’archivio della Cappella Palatina, da un’iscrizione greca apposta all’esterno dell’edificio (di cui oggi resta solo una parte), ed anche dal mosaico dedicatorio conservato all’interno. Dal documento arabo-greco, oltre a rilevarsi la paternità dell’edificio, se ne evince la data di costruzione. Risulta infatti che nel 1143 l’edificio era già fabbricato e che nel 1146, dopo una pausa di tre anni, venivano ripresi i lavori per protrarsi fino al 1185; al termine dei quali, la dotazione architettonica della chiesa veniva arricchita di un nartece (struttura che collega le navate con l'esterno della chiesa, ed ha la funzione di un corto atrio largo quanto la chiesa stessa) interno sulla facciata primitiva, di un atrio adorno di splendidi mosaici, di un secondo nartece esterno e di un campanile (di questo ci fornisce dettagliate informazioni l’arabo Ibn Gubayr nella sua relazione del viaggio in Sicilia).

Da alcuni documenti risulta che nel 1221 Onorio III affidò il culto della chiesa al clero greco, anche se dal 1266 in poi pare che il clero che amministrava la chiesa fosse lo stesso che amministrava la Cappella Palatina. Nel 1282 la chiesa fu coinvolta negli eventi politici infatti, dopo i fatti dei Vespri, il Parlamento siciliano si riunì nell’atrio della chiesa, che era sede della corte pretoriana di Palermo, per offrire la corona di Sicilia a Pietro d’Aragona. Nel 1435 la chiesa fu ceduta dal re Alfonso d’Aragona alle monache benedettine dell’adiacente convento,  fondato nel 1194 da Eloisa Martorana, e da quel momento in poi condivide quel nome con il quale oggi è conosciuta. A seguito di questa annessione la chiesa cominciò a subire una lunga serie di trasformazioni fino a divenire pressoché inagibile nel 1451, a tal punto che l’Universitas palermitana invocò in quell’anno l’intervento di re Alfonso per urgenti restauri. Le prime sostanziali manomissioni si ebbero nel 1588: la facciata occidentale della chiesa venne completamente demolita, scomparvero portico e nartece e la chiesa fu prolungata e quindi collegata al campanile antistante, creando una pianta a croce latina. Inoltre venne realizzata una nuova monumentale facciata, rivolta verso l’odierna piazza Bellini. Successivamente, nel periodo che va dal 1683 al 1686, mentre era abbadessa Suor Giuseppa Caterina del Castillo, le monache, ritenendo l’abside centrale insufficiente per le loro funzioni religiose, la fecero demolire e con essa i mosaici che ne decoravano le superfici, e vi fecero costruire l’attuale presbiterio, costituito da un cappellone quadrato, molto più profondo, sormontato da una cupola.

Agli inizi del XVIII secolo, le monache decisero di arricchire la nuova chiesa con decorazioni a marmi mischi e di ricoprire la volta con una serie di affreschi. Nel 1726 infine, in seguito a danni da terremoto causati al campanile, si decideva di troncarne l’ultimo ordine, su cui era impostata una originale cupoletta rossastra. Gli interventi di restauro vennero iniziati nel 1870 sotto la direzione dell’architetto Giuseppe Patricolo, coi quali si ricostituì in parte ciò che restava del vecchio edificio, ma venivano però totalmente distrutte pregevoli opere barocche pregevoli ritenute di nessun valore.

Quello che contraddistingue la Martorana dalle altre chiese coeve è l’idea che ha generato l’impianto spaziale dell’edificio stesso. Siamo di fronte alla tipica pianta bizantina; essa infatti nacque come organismo a croce inscritta in un quadrato e sormontata da una cupola su tamburo poligonale sostenuto da quattro colonne interne. I bracci della croce sono voltati a botte mentre le volte dei locali angolari sono più basse e coperte a crociera. Le tre absidi sono orientate ad est e rilevate all’esterno. Internamente la chiesa sfoggia un tappeto musivo nel quale l’oro sfavilla abbondante, esaltato dalla vivacità degli altri colori.
La Martorana è la prima chiesa nella quale l’intera superficie interna appare ricoperta da mosaici aderenti - sia nel programma sia nello stile - al canone bizantino tradizionale. Questa caratteristica rimarrà prerogativa esclusiva della Martorana in quanto successivamente - sia nella Cappella Palatina che a Monreale - verranno attuati particolari mutamenti alla distribuzione degli episodi del programma iconografico (foto 1 - 2 - 3 - 4 - 5) tali da privilegiare la veduta che se ne poteva avere dal trono reale. Una peculiarità del tutto siciliana. Neppure a Costantinopoli gli Imperatori avevano osato tanto!

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