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La misericordia del Re

Racconti di Luigi LAROCCHI

 

Poteva sembrare un giorno come tanti altri, ma quel giorno nel palazzo l’eccitazione era al massimo. Le guardie, incontrandosi durante la ronda, si guardavano con aria interrogativa: “E’ arrivato? – “No, non ancora!”  I cuochi, mentre infornavano le torte per festeggiare l’avvenimento, sbirciavano dalle finestre per interrogare i camerieri: “Si sa qualcosa?” – “No, non sappiamo ancora nulla! Non abbiamo ancora visto nessuno a cui poter chiedere informazioni.” I domestici adibiti alle cure della famiglia reale erano introvabili; da parecchie ore non scendevano più ai piani inferiori dove il resto della servitù, delle guardie e di tutti gli ospiti del palazzo aspettavano impazienti.

Finalmente la domestica personale della regina scese di corsa le scale in preda all’eccitazione urlando: “E’ nato! E’ nato! E’ un bel maschietto! Date la notizia agli araldi: che lo annuncino in tutta la città. Squillino le trombe! Il re invita tutti a palazzo per celebrare la nascita dell’erede al trono.”

Mentre tutto ciò accadeva, in un altro palazzo di un altro regno, stava capitando qualcosa di molto simile, solo che la balia della regina, affacciandosi alla finestra della torre, aveva gridato a perdifiato: “E’ una bambina! … E’ nata la figlia del nostro amato re!”

Così, pur in luoghi diversi, una simile festa cominciò e si protrasse per tutta la notte; una identica felicità riempì il cuore delle due famiglie reali.

Passò il tempo. I due rampolli crescevano belli e sani tra le attenzioni dei regali genitori e di tutta la servitù. Ma, mentre la principessa, come un angelo sembrava volare al di sopra dei piccoli capricci e degli innocenti vezzi così comuni alle bambine della sua età, il principe, invece, era sempre al centro di tutti i guai che capitavano a corte. Quando poteva fare una monelleria, potevate star sicuri che l’avrebbe fatta. Ma, dopo ogni bricconata, era sempre il primo tra i suoi compagni che, a capo chino, si inginocchiava davanti a suo padre per chiedere perdono. Ed il padre, che sotto una scorza coriacea nascondeva un cuore buono, non mancava mai di concederglielo.

Arrivò il tempo per il principe e la principessa di fidanzarsi, così come di consuetudine per gli eredi al trono di due paesi vicini. La cerimonia di unione delle due case regnanti doveva avvenire, per non mortificare nessuna delle due casate, nel bel mezzo di un estesissimo bosco che da secoli segnava il confine naturale tra i due paesi.

Partì il principe, cavalcando un superbo cavallo arabo. “Non voglio nessuno con me! Non devo avere intralci durante il cammino” gridò attraversando il portone del palazzo.

Non aveva percorso che poche leghe, quando la strada presentò un primo bivio. A destra piegava verso una pietraia assolata; a sinistra verso la riva di un placido torrente. “Sta cominciando a far caldo” pensò tra sé il principe, “passerò dalla via più fresca e mi farò anche un bagno ristoratore”. Spronò il cavallo verso sinistra, ma appena giunto alla riva la povera bestia mise la zampa malamente e cadde nel torrente. “Povero me!” ansimò il principe annaspando nell’acqua. Rimessosi in piedi in quei pochi centimetri d’acqua, constatò che a parte qualche botta gli era andata bene. Lo stesso non era però per il cavallo. “Si è azzoppato! E non ho che appena iniziato il cammino. Cosa dirò adesso a mio padre?” Non avendo altra soluzione, prese le briglie e, a piedi, fece il cammino a ritroso verso casa.

Il padre, vedendolo ritornare così presto, gli corse incontro. “Che ti è successo? Hai preso con te il cavallo migliore delle mie scuderie e me lo riporti zoppo e tutto tremante! In che guaio ti sei cacciato? Hai forse incontrato dei briganti ?” “No, papà, è colpa mia! Ho preso la strada sbagliata e sono stato imprudente nel percorrerla. Ti chiedo perdono per il cavallo e per essere partito in questo modo.”

Il padre, come al solito, lo perdonò. Rimasero d’accordo che il principe sarebbe ripartito il giorno dopo, ma a piedi. “Mi raccomando, però, questa volta non farti distrarre da nulla e va dritto dalla principessa!”

Così, il giorno dopo, il principe, vestitosi del suo abito più bello, ripartì.

Giunto al bivio, si diresse verso la pietraia e la attraversò. Tutto sudato si affacciò su un’ampia vallata dove alcune pecore erano beatamente occupate a brucare l’erba dei prati verdeggianti. “Ehi, vedo male o la in fondo c’è una casetta? Proverò a chiedere se hanno un po’ d’acqua”. Bussò alla porta ma, invece del pastorello che si era immaginato poter abitare quel luogo, aprirono la porta due energumeni che, senza lasciargli nemmeno il tempo di dire “buongiorno, credo di aver sbagliato casa …”, lo afferrarono e lo trascinarono dentro.  Il principe, quando si risvegliò più tardi, ricordava solo le prime due bastonate. Dovevano esserne seguite però molte altre, perché gli dolevano ossa che nemmeno aveva mai saputo di avere. Era tutto nudo e disteso in mezzo al prato, circondato dalle pecore che con sguardo inconsapevole continuavano il loro “Bee! Beee …” come se nulla fosse. “Come faccio ad incontrare la principessa conciato così?” disse con la voce rotta dai singhiozzi e, aiutandosi con un bastone, si rialzò e prese nuovamente la via verso casa.

Il padre dalla finestra del palazzo lo vide arrivare, gli corse incontro e lo abbracciò. “Perdonami padre” continuava a ripetere il ragazzo “non  ho seguito il tuo consiglio e guarda che cosa mi è capitato. Non sono degno di essere il principe tuo figlio e della mano della principessa”. “Presto!” gridò il sovrano ai domestici “Prendetelo e portatelo nella sua stanza! Lavatelo e vestitelo, fategli indossare i calzari. Intanto io andrò a chiamare il medico di corte.”

Il giorno dopo il principe, vestito con un semplice abito da viaggio, riempì la bisaccia di cibo e di acqua e ripartì. “Non ti deluderò padre” disse girandosi verso la finestra del palazzo reale, da dove il re, con una certa apprensione, lo osservava nuovamente allontanarsi.

Nell’altro regno, mentre accadeva tutto questo, i preparativi per il viaggio della principessa erano giunti al culmine. La principessa fino a quel momento era vissuta a corte, seguendo sempre alla lettera i consigli paterni e mai nulla le era accaduto di male. Questa volta però avrebbe lasciato il palazzo e viaggiato da sola per andare incontro al promesso sposo.

Le guardie, per ordine del re, avevano perlustrato in lungo ed in largo il percorso che avrebbe dovuto seguire la principessa ed avevano arrestato tutti i briganti incontrati. “Sire”, dissero al ritorno, “la via attraversa un fiume impetuoso, difficile da guadare”. “Accompagnate lì i miei mastri boscaioli. Che vi costruiscano un ponte!” ordinò il re. Ed i soldati scortarono gli operai al fiume per far portare loro a termine il lavoro.

Intanto il Re non smetteva di dare consigli alla principessa: “Non ti fermare mai! Non deviare dal tuo percorso! Se vedi qualcosa, qualsiasi cosa che ti incuriosisce ma fuori dalla tua via, non prestarle attenzione!”  “Va bene, papà! Non preoccuparti, farò come dici tu. Lo so che mi vuoi bene e non ci penso proprio a disubbidirti”.

Tornarono i boscaioli. “Sire, il ponte è costruito, ma sull’altra sponda il sentiero è in stato di abbandono: non è più percorso da molti anni ed i rovi lo hanno ostruito”. “Mandate subito i miei giardinieri a tagliare tutti i rovi!” gridò perentorio il sovrano. “Che ogni singola spina sia staccata dai rami delle piante ai lati del sentiero, perché nulla possa fare del male a mia figlia! E già che ci siete, piantate dei fiori lungo il cammino, perché la principessa seguendoli possa giungere alla sua meta senza perdersi.”

Arrivò in fine il giorno della partenza della principessa. Il re dalla finestra, mentre la salutava, continuava a raccomandarle “… e non distrarti, non fermarti mai per nessun motivo!” “Va bene papà, ci rivedremo!” rispondeva lei di rimando.

Il viaggio cominciò. La strada, sebbene resa sicura dall’intervento delle guardie nei giorni precedenti, era comunque lunga e difficile. Le salite sembravano non finire mai ed il sole non si preoccupava certo di nascondersi dietro a qualche nuvola per lasciare un po’ di sollievo alla calura del giorno. Quando arrivò al fiume la principessa era assetata. Un bel bagno rinfrescante sarebbe stato proprio di gran sollievo. Ma si ricordò delle parole del padre: “ … non fermarti!” Così riprese il cammino, attraversò il ponte e si inoltrò nel bosco.

Anche il bosco però, non tardò ad offrire delle piccole radure ricoperte di muschio, dove la tentazione di fermarsi a riposare fece vacillare la principessa; la giovane, caparbia però continuò il suo lungo cammino: “Non mi fermerò che quando sarò giunta a destinazione!”

Così, stravolta dalla fatica, ma senza che le fosse capitato nulla di male, giunse al confine del regno, nel cuore della foresta. Ad attenderla trovò un bellissimo giovane con le vesti logore e strappate in più punti, ma dallo sguardo fiero e dal volto allegro. “Buongiorno principessa!” le disse inchinandosi, “Sapevo che il solo vedervi, anche per una sola volta, sarebbe valso tutte le fatiche e le disgrazie che mi sono accorse per arrivare fino a qui!” “Dai! Raccontami!” gli disse la principessa sorridendogli a sua volta.

Così si sedettero e ciascuno di loro riferì all’altro del viaggio, delle fatiche e delle cose belle viste in quegli ultimi giorni. Soprattutto non smettevano di parlare dei propri padri. “Ti ha fatto tagliare tutti i rovi dal sentiero? Pensa che il mio mi ha riempito di bende e pomate lo zaino, per curarmi di tutti i graffi che mi sono fatto durante il cammino!”

“… il tuo ti ha curato le percosse dei briganti? Mio padre invece, credo abbia dovuto ingrandire le prigioni del palazzo a causa di tutte le persone arrestate per paura che potessero farmi del male lungo il cammino”. Ed entrambi sorridevano perché, man mano parlavano, capivano quanto dovesse essere preziosa agli occhi del proprio padre la persona che avevano davanti.

Quale migliore dote potevano sperare, quando entrambi avevano un papà davvero misericordioso. Certamente ognuno a suo modo: soccorrendo il principe nelle disavventure o prevenendo con anticipo le disavventure della principessa. Ma davvero erano così diversi?

Non si riuscirebbe a trovare posto migliore degli occhi innamorati del principe e della principessa per concludere questa favola. Ma ricordiamo che anche noi abbiamo un Padre, la cui misericordia ci accompagna fino all’ultimo istante della nostra vita.

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