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Il ladro di rubini

RACCONTI
di Luigi LAROCCHI

La notte era buia. Le nuvole coprivano anche la fievole luce delle stelle; la luna nuova sarebbe sorta solo la sera seguente. Tutto era immobile, tranne una figura nera: furtiva si muoveva tra le cupole del palazzo reale. Poi qualcosa cominciò a penzolare dalla falda del tetto; come un lungo serpente si distese lungo la fila di imposte abbassate e i fregi della facciata.
Un uomo si calò dalla corda fino alla finestra della stanza del tesoro, armeggiò un attimo con un piccolo attrezzo metallico e con un sommesso rumore, coperto dal frinire dei grilli, aprì il massiccio battente. Poco dopo l’oscura figura riemerse dalla finestra, scese il tratto finale della corda e si lasciò cadere nel fossato.
Al tonfo del suo corpo nell’impatto con le acque nere, finalmente una guardia si affacciò dagli spalti: “Chi va là?” Altre guardie accorsero al richiamo; il pesante portone del palazzo fu aperto e i soldati, con lunghe scimitarre in mano, uscirono di corsa dirigendosi alle rive del fossato.
Mentre scrutavano tra le rive paludose, la finestra della stanza del tesoro si spalancò e nel fascio di luce accecante che ne sprigionò si riconobbe la figura agitata del Sultano: “Mi hanno derubato! Hanno rubato il rubino della corona reale! Guardie, cercate il ladro, frugate dappertutto e portatemelo, vivo o morto!”

Poche sere dopo, una scena simile si ripeté nel quartiere dei mercanti. “Aiutooo! Fermatelo, mi hanno derubato! Il mio rubino più bello!” gridava in strada, davanti alla porta divelta di un negozio, un uomo con il solo pigiama indosso.

Il Sultano emanò un ordine di cattura nei confronti del ladro misterioso. Sui manifesti appesi agli angoli delle vie, invece del ritratto di un losco figuro, un grosso punto di domanda mostrava l’imbarazzante condizione delle guardie reali: nessuno aveva ancora visto in faccia l’autore dei furti.

Gli allarmi e gli ordini di cattura furono spediti in ogni angolo più remoto del regno, ma nonostante ciò, anche dalle città circostanti cominciarono a giungere a corte appelli di soccorso. Il ladro colpiva in ogni città e villaggio compreso tra il grande mare e le immense montagne d’oriente. Oramai ogni palazzo, da quello del Visir a quello del ricco mercante; da quello nella città a quello nella campagna non era più al sicuro! In modo sistematico il ladro, insaziabile, come la notte calava sul sonno degli occupanti delle case, si intrufolava là dove erano nascosti i più preziosi rubini e se ne impadroniva.

Un giorno accadde una cosa strana.

Uno dei soldati in perlustrazione attorno al palazzo del Sultano, trovò a terra un piccolo involto. Lo aprì e vi trovò il rubino della corona reale.
Quale sorpresa! Il Sultano non riusciva a capacitarsi dell’accaduto: “Avrà avuto paura di incorrere nella mia ira! Vedete come è utile mostrarsi uomini di polso!”
Ma, tempo dopo, anche gli altri rubini rubati dal misterioso ladro vennero ritrovati nei pressi delle abitazioni da cui erano stati trafugati. Talvolta venivano gettati senza alcuna cura nei giardini, talvolta venivano buttati nelle finestre aperte dei proprietari durante le ore notturne. Nessuno, mai, riuscì a vedere chi fosse a restituire il maltolto.

Molti giorni dopo.

In un piccolo paesino del regno, poche case attorno ad uno spiazzo polveroso, un uomo stava presso il pozzo. Seduto sopra un muretto, si teneva il volto tra le mani, come se non volesse far trasparire i pensieri che lo opprimevano.

Una donna del villaggio, con una brocca tra le mani, si avvicinò al pozzo e cominciò a calare il secchio per prendere l’acqua. Era una donna poco più che trentenne, dal viso molto dolce e con un sorriso schietto: la cosa attirò l’attenzione dell’uomo che tolse le mani dal viso per poter osservare la scena.
Senza fretta la donna versò l’acqua nella brocca, ripose il secchio e arrotolò con cura la fune al bordo del pozzo.
Stava per andarsene quando l’uomo la fermò: “Puoi darmi dell’acqua?” La donna sollevò lo sguardo e fissò sorpresa lo straniero. Sul volto le comparvero prima un’espressione di speranza, poi non riconoscendo l’uomo, una sorta di delusione le adombrò per un attimo il sorriso. “No, non sei tu!” Bisbigliò con un sospiro. Prese però il bicchiere, lo riempì e lo porse allo straniero. “Ti avevo scambiato per un altro. Era anche lui uno straniero. Come oggi ero venuta al pozzo a prendere dell’acqua e lo avevo trovato qui, seduto sul bordo del pozzo. Prima mi chiese dell’acqua, ma poi … fu lui a darmene, di quella che non ti fa più venir sete”.
L’uomo bevendo continuava a fissare la donna che gli parlava. Non aveva l’aspetto di una pazza! “Cosa vuoi dire? Non capisco! Se non hai più sete perché vieni ancora al pozzo a prendere acqua?”
La donna continuò: “Al principio nemmeno io l’avevo capito. Quell’uomo mi aveva rivolto parole strane. Però poi rimase a parlare con me … e più parlava e più io ero contenta. Perfino quando mi spiattellò in faccia tutti i miei errori, sentivo placarsi la sete che mi aveva fatto ardere il cuore fino a quel giorno. Da allora il mio cuore non ha più sete: mi basta ricordare quel giorno, quelle parole, il viso della persona che incontrai, per essere contenta.”
“Se tu sapessi, donna, la sete che ha il mio di cuore!” disse l’uomo cominciando a piangere “ho cercato in mille modi di calmarlo, ma nulla sembra poterlo placare”. Si guardò in giro sospettoso, ma poi riprese, “nemmeno il più prezioso rubino del regno ha saputo placare la sua brama. E’ un’inquietudine che non mi lascia mai tranquillo, come un’enorme voragine nella quale il mondo intero può entrare, ma che nulla riesce a colmare”.
“Ti posso dare solo un consiglio” gli disse la donna: “Vai e cerca l’uomo che incontrai io tanto tempo fa. Gli amici che erano con lui lo chiamavano Maestro!”

L’uomo allora partì e si diresse alla capitale del regno. Non sapendo da dove cominciare, un posto molto affollato poteva essere il luogo adatto per trovare informazioni.
Durante il tragitto si accorse che molti conoscevano la persona di cui era alla ricerca. Quando faceva sosta nei villaggi lungo la pista per la capitale e chiedeva se lo conoscessero, c’era sempre qualcuno che diceva di sì, che lo aveva incontrato, che aveva raccontato la storia di un figlio disgraziato scappato da casa o la storia di alcuni operai che avevano cominciato tardi il lavoro, ma avevano ricevuto ugualmente la paga come gli altri … e delle tante cose che questo Maestro aveva fatto.
Strano a dirsi, ma ogni racconto che ascoltava, ogni fatto accaduto, sembravano riempire un poco per volta il grande buco che sentiva nel cuore. Con nuovo ardore l’uomo continuò il suo viaggio.

Giunse alla capitale un venerdì pomeriggio. Entrando in città notò una certa frenesia nelle persone, come un’inquietudine diffusa. Vi era nell’aria un senso di oppressione e di oscurità, come se la cattiveria degli uomini avesse tolto perfino la luce dalle strade.
Chiese di poter incontrare il Maestro e gli indicarono la porta della città. Lo avrebbe trovato là. E così fu! Appeso ad un’alta croce, in mezzo ad altri due, stava l’uomo che cercava. Era sicuramente lui perché là sotto, oltre a delle donne che continuavano a chiamarlo per nome singhiozzando, c’erano altri che invece gli rinfacciavano quel che aveva insegnato nel tempio.
Era arrivato troppo tardi! Non poteva più parlare con l’unica persona che avrebbe potuto placare la sete del suo cuore.
Quel pover’uomo, però, con fatica, alzò la testa e lo fissò …sì fissò proprio lui, lui appena arrivato a pochi passi da quella croce, come se fosse stato atteso … e gli disse: “Ho sete!”
“Ma come” pensò tra sé “io ti cerco perché almeno tu mi possa aiutare, ed invece sei proprio tu a chiedermi da bere!” Ciò nonostante, da una brocca posata sul bordo della strada tolse una spugna imbevuta d’acqua e aceto, la pose su una lunga pertica ed accostandosi ad una delle guardie gli fece cenno di porgerla all’uomo morente.

Poi molte cose accaddero: la morte dell’uomo, il buio che avvolse il mondo e la gioia degli amici di Gesù, quando alcuni giorni dopo si sparse la notizia che perfino la morte aveva dovuto inchinarsi davanti al figlio di Dio. Ma questa è un’altra storia, troppo lunga da raccontare adesso.

Il ladro di rubini, travolto da tutta quella serie di avvenimenti, si era accorto che dopo aver dato da bere a Gesù, invece di un cuore insaziabile, impossibile da soddisfare nemmeno con il rubino più bello, si era ritrovato con un cuore colmo di gioia. Una gioia infinita, incontenibile, che nulla e nessuno avrebbe saputo arginare.

Si diresse quindi al luogo dove, pochi giorni prima, aveva incontrato la donna che lo aveva indirizzato da Gesù. Si stabilì in una casetta nei pressi del pozzo e da allora non si allontanò mai più da quel villaggio.
Ogni volta che qualcuno, donna o bambino che fosse, aveva bisogno d’acqua, bastava chiamarlo. Lui, senza fare domande, riempiva una grande anfora, se la caricava in spalle e la portava alla casa che gli veniva indicata. Non si fermava mai, né di giorno, quando i bambini lo venivano a chiamare perché le mamme stavano pulendo i pavimenti delle case, né la notte, quando qualcuno stava male o le donne partorivano. L’uomo, di cui nessuno aveva mai saputo il nome, fu soprannominato Aguador, perché assieme all’anfora piena di acqua, aveva parole che davano sollievo anche al cuore assetato di chi incontrava.
Invecchiando Aguador sembrò divenire sempre più lieto, come se ogni litro di acqua trasportato sulle spalle avesse via via lavato tutti gli errori compiuti in gioventù.
Venne finalmente il giorno in cui ad Aguador venne chiesto di portare personalmente da bere al buon Dio.

Gli abitanti del villaggio organizzarono una grande festa perché, pur sapendo che da quel giorno non ci sarebbero più stati l’acqua e le parole preziose del buon Aguador, comunque è un gran giorno quello in cui un uomo santo torna finalmente alla casa del Padre.
Le donne che dovevano preparare la tavolata per il banchetto si recarono al pozzo e vi calarono il secchio per attingere acqua. Quale sorpresa quando, sollevato il secchio oltre il parapetto, si avvidero che questi conteneva un’enorme rubino scarlatto dalla forma di cuore, come mai se ne era visto in tutto il regno. “Il cuore di Aguador, il cuore di Aguador”, cominciarono a gridare le donne per tutto il villaggio.

Perché non vi è cuore più prezioso di chi ha dissetato il cuore degli altri.

 

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