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Il ladro di parole

RACCONTI
di Luigi e Sole LAROCCHI

Sembrava un’alba come tutte le altre. Il gallo Beccopossente aveva salutato il sole con il suo inconfondibile canto; gli uccellini, asciugata dalle ali la rugiada notturna al tepore dei primi raggi, si erano librati in volo per andare a svegliare con il loro cinguettio chi ancora indugiava sotto le coperte. Le serrande dei negozi si stavano a poco a poco sollevando mentre i bambini, zaino in spalla, uscivano dalle case dirigendosi verso la scuola. Sembrava proprio un lunedì come tutti gli altri, uno qualsiasi dei cinquantadue lunedì dell’ anno; di quelli che vengono dopo la domenica e prima del martedì.

Invece quel giorno qualcuno aveva rubato il bianco.

Non che il colore bianco fosse sparito! Quello c’era, bianco come sempre. Era la parola “bianco”, assieme a tutti i suoi derivati, ad essere sparita. Fosse caduta la neve, quel lunedì, sarebbe stata bianca come sempre. Nessuno però sarebbe stato capace di dirlo. Avrebbero raccontato che non era nera, nemmeno gialla, ma non avrebbero saputo dire di che colore fosse.
Le persone ovviamente, come ogni volta che sta accadendo qualcosa di veramente terribile, non si accorsero di nulla. Forse quel giorno non avevano niente da descrivere che fosse bianco, oppure gli era venuto spontaneo usare dei sinonimi o delle metafore del tipo: “mamma mia come sei pallido, tale e quale una mozzarella!”
Pensandoci bene, potrebbe anche darsi che quella non fosse stata la prima parola a sparire. In effetti la parola “esegesi” non veniva più usata in paese da chissà quanto tempo. Forse era già stata rubata anche quella, assieme ad “ermetico” e “perifrasi”, ma nessuno vi aveva prestato attenzione. Anche i congiuntivi erano spariti da tempo; ma quelli, davvero poche persone sono mai state capaci di usarli.

I problemi cominciarono quando venne rubata la parola “grazie”.

La signora Emma si arrabbiò molto con il signor Peppino quando, dopo aver spignattato in cucina tutta la mattina per preparare il pranzo, questi si alzò da tavola senza ringraziare e se ne andò al lavoro. Non vi dico il finimondo! La sera, rientrando a casa stanco e affamato, il signor Peppino si sedette a tavola, ma non trovò preparata nemmeno la tovaglia.
Giacomino, il figlio maggiore, contribuì al dilagare del caos: quando i genitori gli porsero i cinque euro della paghetta settimanale, senza degnare papà e mamma di una sola parola, li prese e imboccò la porta di casa alla volta del gelataio di Piazza Repubblica.

Silenzioso, il ladro continuò la sua opera: altre parole sparirono.

Agli alunni le interrogazioni andavano sempre male. “Avevo studiato, ma non mi venivano le parole…” dicevano poi ai genitori inviperiti.
Ovunque, fuori e dentro casa, la situazione divenne davvero difficile. Però nessuno ancora si accorgeva di quel che stava accadendo.

Il malumore in paese, come una nebbia densa, cominciò a rendere impossibile agli abitanti dei semplici, cordiali, sereni dialoghi. “Lei è un maleducato!” gridava il giornalaio al droghiere. “…Ma come si permette, lei non sa chi sono io!” strillava il postino alla massaia.

Il ladro, incoraggiato dai successi, cominciò a rubare parole sempre più pregiate.
Prima si prese i nomi di persona: “Marco, Angela, Francesco, Maria…” uno alla volta sparirono dalla circolazione.
“Hei tu! Passami il sale” diceva la signora Genoveffa al marito Pierfilippo. “Bambino della terza fila, biondo e con le orecchie grandi!” chiamava la maestra in classe additando Gianlorenzo.

I rapporti in paese divennero, se possibile, ancora più tesi.

Il ladro allora puntò ancora più in alto, a parole sempre più ghiotte.
Il giorno in cui la parola “amore” sparì dal paese, fu come se l’amore tra le persone fosse sparito davvero. Pare proprio che certe cose esistano anche in virtù del fatto che vengano riconosciute e chiamate con il loro nome.

Finché il ladro di parole pensò bene di portare a termine il colpo del secolo: rubare “papà” e “mamma”.
Non sorridete! Sono le parole più preziose che abbiamo. Sono le prime ad averci insegnato… ed è solo dopo aver imparato quelle che abbiamo imparato tutte le altre. Molti dei nostri più bei ricordi sono legati a quelle parole.

Quel giorno però arrivò in paese uno straniero.

Nessuno all’inizio gli prestò attenzione: non era né alto né basso, né brutto né bello, né elegante né trasandato. Proprio quello che si definirebbe un tipo qualunque! Quando però il barista gli porse il caffè, lui sorridendo disse: “Grazie!”. Tutte le persone nel bar ammutolirono. Come? Che strana parola era uscita dalla bocca di quell’uomo? Strana … sì, questo è vero, ma tutti ricordarono che era proprio la parola adatta in quel momento. Come l’ultimo pezzo di un puzzle: quello era il suo posto!
Le persone presenti al bar tornarono a casa e, quando la pastasciutta fu servita in tavola, dissero anche loro: “Grazie!”. Il giorno dopo allora le mogli, tutte contente, prepararono le lasagne, il pollo e le patatine fritte. Il sorriso cominciò a riapparire nelle case.
Lo straniero non si fermò molto in paese, ma ovunque parlasse faceva riascoltare parole dimenticate che, sopite da lungo tempo, si risvegliavano nella memoria di chi lo incontrava.
I suoi non furono discorsi “ermetici”; anzi, a voler essere sinceri non furono nemmeno discorsi! Semplicemente dava alle cose il loro giusto nome, senza usare perifrasi od oscure metafore. Un ammalato lo chiamava “ammalato”, un bambino lo chiamava “bambino”, un pomodoro lo chiamava “pomodoro”, suscitando la meraviglia (e qualche volta il disappunto) di chi lo ascoltava.
Passeggiando nel parco incontrò la signora Grazia, a spasso con la piccola Aurora. “… che amore di bambina!” le disse accarezzando la piccola. E la parola amore, assieme a ciò che raffigurava, rientrò nella famiglia della signora Grazia, facendola rinascere come un fiore appassito alla prima pioggia di agosto.

Così la vita nel paese ricominciò.

Il gallo Beccopossente salutò albe di giornate tornate finalmente tranquille; il lunedì tornò ad essere un normalissimo lunedì, uno dei cinquantadue dell’anno; gli uccellini tornarono a svegliare i pigroni ancora a letto.

E il ladro?
Tornate le parole al loro posto, nessuno si prese la briga di indagare per risalire al colpevole di tutto quello scompiglio. Persino il signor Sigfrido, il Vigile del paese, soddisfatto di essersi riappacificato con moglie e figli, non si occupò più della vicenda.
Ma questo non fu affatto un bene!
Come possiamo sapere che il ladro non sia tornato in azione da un’altra parte? Magari altrove, o magari proprio dove voi abitate, sta ricominciando a rubare parole. Non è facile accorgersi della sua presenza, però il primo segno inequivocabile dell’inizio delle sue malefatte è quando le persone cominciano ad usare strani paroloni, per indicare cose semplici. Quindi: state attenti!

 

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