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Apriamo le porte della “salvezza”: tre storie di ieri, di oggi, di sempre

di Carlotta Venuda

Ascoltando l’intervista fatta domenica 28 gennaio da Fabio Fazio alla neosenatrice Liliana Segre, mi è capitato di collegare tre situazioni diverse, ma non poi così lontane tra loro.

La senatrice Segre racconta a Fazio di come lei e suo padre siano stati respinti dalle guardie di frontiera svizzere, appena attraversato il confine in cerca di rifugio dalle leggi razziali e dal nazifascismo che li perseguitavano in Italia: la guardia svizzera non credeva che fossero ebrei, ma sprezzantemente aveva deciso che il padre fosse un renitente alla leva. Come dice la stessa senatrice l’ha così di fatto condannato a morte, perché appena rimesso piede nel confine italiano sono stati arrestati e poi deportati ad Auschwitz dove il padre è morto pochi mesi dopo.

Qualche giorno prima avevo letto il IX canto del Purgatorio, con la descrizione della porta che introduce ad esso e l’angelo posto a sua custodia. Dante scrive, a proposito delle chiavi che ha con sé l’angelo: “L’una era d’oro e l’altra era d’argento; […] Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri / anzi ad aprir [la porta] ch’a tenerla serrata, / pur che la gente a’ piedi mi s’atterri». L’angelo riferisce a Dante di aver ricevuto indicazione da S. Pietro di errare piuttosto nell’aprire troppo che troppo poco la porta del Purgatorio (la porta della salvezza), di non lesinarne, nel dubbio, l’accesso a coloro che vi si presentano con la buona intenzione di entrarvi, ammesso che un angelo di Dio possa avere di che dubitare, ma la creazione dantesca vuole sottolineare l’infinita misericordia di Dio verso gli uomini.

La terza situazione è cronaca purtroppo quotidiana che si presenta alle porte dell’Europa: le infinite discussioni sull’accoglienza dei migranti che attraversano con infinite peripezie e sofferenze quel braccio di Mediterraneo che divide le loro terre martoriate dalle nostre che a loro appaiono certo un approdo sicuro, quantomeno preferibile, anche a prezzo di rischiare la vita per raggiungerle e perderla come è accaduto a migliaia di loro in quella “fossa comune” del Mediterraneo come l’ha definita Moni Ovadia. Senza dimenticare la questione macabra delle distinzioni che ci si spertica a fare tra chi avrebbe diritto all’asilo in quanto rifugiato e chi invece, migrante economico, no; o lo stratagemma, presentato come geniale soluzione, di fermare i migranti prima della traversata, mettendosi i paraocchi sia di fronte a dove vengano condotti e come vengano trattati i migranti una volta intercettati e riportati a terra dalla Guardia costiera libica. “Non ci sono campi o centri per i migranti, ma solo prigioni, alcune controllate dalle autorità, altre da milizie e trafficanti” ha affermato l’inviato speciale dell’UNHCR, aggiungendo che in questi luoghi “sussistono condizioni orribili“, e si perpetrano ricatti e vere e proprie torture.

Ecco, non è difficile trovare il legame che unisce queste tre storie, in bilico sul crinale costituito dalla pietà, dalla considerazione di chi ci sta di fronte, dalla misericordia, dall’astensione dal giudizio arbitrario e aprioristico, della generosità e dell’accoglienza, della solidarietà. Essere disposti ad accogliere qualcuno in più, ad aprire le porte della “salvezza” senza pregiudizi, riservandosi eventualmente poi il tempo per saggiare la bontà della richiesta che viene fatta alla frontiera e lasciando alla persona il tempo per dimostrare vivendo le proprie qualità, perché nessuno migra dal proprio paese per puro piacere e magari un “errore” per mancanza di intransigenza o eccesso di tolleranza, potrebbe salvare delle vite umane. Quello di cui parlo è il crinale che spartisce il vivere da esseri umani, secondo come ci ha pensati e ci consente di essere ogni momento quel Dio che all’angelo della Commedia suggerisce di essere misericordiosamente generoso nelle ammissioni al Paradiso, dalla disumanità che gli uomini possono raggiungere quando smettono di guardarsi gli uni gli altri come detentori della stessa dignità.

Foto: www.ultimatv.it

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